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La Minotaur Books (Macmillan Publishers) presenta in patria (e chissà se arriverà in Italia) una nuova avventura di Sherlock Holmes firmata da Nicholas Meyer, autore dello storico Sherlock Holmes: soluzione settepercento (1974).

La scheda di Uruk:

The Adventure of the Peculiar Protocols: Adapted from the Journals of John H. Watson, M.D. (2019) di Nicholas Meyer [15 ottobre 2019]

La trama in traduzione esclusiva:

Con il suo successo internazionale Soluzione settepercento Nicholas Meyer ha portato alla luce un caso inedito di Sherlock Holmes registrato dal dottor Watson. Ora Meyer torna con una scoperta scottante, un casco sconosciuto tratto da un diario di Watson recentemente scoperto.
Gennaio 1905. Holmes e Watson vengono convocati da Mycroft Holmes, fratello di Sherlock, per intraprendere un’indagine non ufficiale. Un agente dei sevizi segreti britannici è stato trovato nel Tamigi, morto per aver portato in Inghilterra un manoscritto. In esso c’è trascrizione dell’incontro di un gruppo segreto con l’intento di conquistare il mondo.
Basata su eventi reali, l’avventura porta i due celebri personaggi – con la compagnia di una donna affascinante – a bordo dell’Orient Express, da Parigi verso il cuore della Russia zarista, dove Holmes e Watson cercando di risalire alla fonte di questo documento esplosivo. Ad inseguirli ci sono uomini fedeli a poteri occulti, determinati ad impedir loro di risolvere l’indagine. E quello che scopriranno sarà una cospirazione così vasta che la sfida sarà la più impegnativa di sempre.

Dall’introduzione dell’autore, in traduzione esclusiva:

Per una buona parte della mia vita adulta sono stato coinvolto nella gestione di manoscritti sconosciuti, perduti e ritrovati, che si suppone siano stati scritti dall’amanuense di Sherlock Holmes, il dottor John H. Watson. Sono passati anni da quando ho dato il mio contributo a questo soggetto, ed ora un articolo del “New York Times” dello scorso settembre ha catturato la mia attenzione.
Si è svolta una vendita all’asta al Sotheby’s di Londra nella quale un
diary o un journal (il catalogo usa entrambi i termini) che si suppone scritto da Watson è stato venduto per 45 milioni di sterline ad un compratore ignoto, per telefono.
Non so cosa pensare. Watson teneva un diario? A dir poco appare inverosimile. D’altra parte Watson fa costantemente riferimento alle sue “note scritte”, su cui sono basati i casi che racconta, e queste potrebbero essere chiamate “diario”. Sospetto che Watson, o qualunque fosse il suo nome, fosse un cronicista compulsivo, in qualche maniera un Pepys o un Anaïs Nin. Tenne nota di tutto.
Al di là di questo, non mi aspetto che l’anonimo compratore del diario si rivelerà presto.
Ma lo scorso dicembre sono stato contattato da Greg Prickman, capo della Special Collections all’University of Iowa Libraries, dove sono custodite le mie carte. Greg (che in seguito è diventato bibliotecaio alla Folger Shakespeare Library a Washington, DC) mi ha stupito dicendomi che il diario in questione è stato preso in prestito dalla sua università per il periodo di un anno.
«Perché mai hanno fatto questo?» gli ho chiesto per telefono. «Di sicuro ci sono posti molto più in vista.»
«Ehi, non è così difficile», mi ha risposto il bibliotecario. «Non indovini?»
La prima risposta che mi è venuta in mente è una citazione di Holmes: “Non tiro mai ad indovinare, è una pessima abitudine, che nuoce alle facoltà logiche», ma in verità, non essendo io Holmes, ho cercato di indovinare.

L.

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