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La collana TimeCrime (Fanucci) porta in libreria un nuovo grande thriller firmato da David Baldacci.

La scheda di Uruk:

Il lungo cammino verso la verità [Atlee Pine 1] (Long Road to Mercy, 2018) di David Baldacci [novembre 2019] Traduzione di Federica Raverta

La trama:

Sono passati ventinove anni dalla tragica notte in cui sua sorella Mercy è scomparsa, eppure Atlee Pine, agente speciale dell’FBI di stanza nella minuscola cittadina di Shattered Rock ed ex promessa del sollevamento pesi, si presenta in un carcere di massima sicurezza per chiedere a uno spietato serial killer che fine abbia fatto sua sorella. Ma Pine è anche chiamata a indagare sullo strano caso di un mulo ritrovato in fondo al Grand Canyon, con due lettere incise sulla pelle della carcassa. Perché i vertici del Bureau sono così interessati a un animale mutilato? E perché il suo cavaliere sembra essere scomparso nel nulla? Con l’aiuto della fedele assistente Blum e di un ranger con un passato militare alle spalle, Pine dovrà fare i conti con persone disposte a tutto pur di nascondere un complotto internazionale in grado di minacciare il mondo intero.
Il primo appassionate volume di una nuova serie con protagonista l’agente dell’FBI Atlee Pine, un’eroina straordinaria e indimenticabile.

L’incipit:

Ambarabà ciccì coccò.
L’agente speciale Atlee Pine alzò gli occhi e osservò il profilo tetro e minaccioso del complesso penitenziario che ospitava alcuni dei più pericolosi predatori umani sulla faccia della Terra.
Quella sera era andata a fare visita a uno di loro.
L’ADX Florence, centosessanta chilometri a sud di Denver, era l’unica prigione di massima sicurezza del sistema federale. L’ala di massima sicurezza, classificata al livello ‘supermax’, era una delle quattro strutture a sé stanti che formavano il complesso penitenziario federale. In totale, più di novecento detenuti erano incarcerati in quel lotto di terreno polveroso.
Dall’alto, con le luci accese, Florence poteva somigliare a una parure di diamanti su un panno di feltro nero. Gli uomini al suo interno, guardie e carcerati, erano abrasivi come quelle pietre preziose. Non era il posto adatto per i deboli di cuore, o per chi si lasciava intimidire facilmente, mentre i pazzi erano ovviamente i benvenuti.
Attualmente, tra gli altri, il carcere ospitava Unabomber, l’attentatore della maratona di Boston, terroristi dell’11 settembre, serial killer, cospiratori dell’attentato dinamitardo di Oklahoma City, spie, suprematisti bianchi e vari boss della mafia e del cartello della droga. Molti di quei detenuti sarebbero morti nel carcere federale, sotto il peso dell’ufficialità di molteplici condanne all’ergastolo.
La prigione sorgeva nel bel mezzo del nulla. Nessuno era mai evaso, ma, se ci avessero provato, non avrebbero avuto modo di nascondersi. La topografia attorno al complesso penitenziario era piatta e sconfinata. Lì intorno non cresceva neanche un ciuffo d’erba, né un singolo albero o un misero cespuglio. La struttura era circondata da mura perimetrali alte tre metri e mezzo, sormontate da filo spinato avviluppato attorno a sensori di pressione. Le mura erano sorvegliate ventiquattr’ore su ventiquattro da guardie armate e cani addestrati. Se un prigioniero fosse riuscito a raggiungere il perimetro, sarebbe quasi sicuramente stato ucciso dalle loro zanne o da un proiettile. E ben pochi si sarebbero preoccupati di un omicida di massa, di un terrorista o di un traditore che era andato a schiantarsi una volta per tutte sul suolo del Colorado.
All’interno, le feritoie di dieci centimetri per un metro e venti delle celle, attraverso le quali si potevano scorgere soltanto il cielo e il tetto della struttura, erano scavate direttamente nel cemento. Le celle di tre metri e mezzo per due, e in pratica tutto ciò che contenevano a parte i detenuti, erano blocchi di cemento armato. Le docce si spegnevano automaticamente, i gabinetti non potevano essere chiusi abbassando una tavoletta, le pareti erano isolate affinché nessun carcerato potesse comunicare con gli altri, le doppie porte d’acciaio blindato si aprivano e si chiudevano scivolando su binari controllati da martinetti idraulici e i pasti venivano fatti passare da una fessura nel metallo. Le comunicazioni con l’esterno erano vietate, se non nella sala visite. Per i prigionieri indisciplinati, o in caso di emergenza, c’era la Z-Unit, anche conosciuta come ‘Buco nero’. Le sue celle erano avvolte nell’oscurità più totale e ogni letto di cemento era dotato di cinghie di contenimento.
Lì l’isolamento era più una regola che l’eccezione. Il carcere di massima sicurezza non era progettato per consentire ai detenuti di farsi nuovi amici.

L’autore:

David Baldacci è nato a Richmond, in Virginia, nel 1960. Ha esercitato per nove anni la professione di avvocato a Washington prima di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Autore di 24 romanzi tradotti in 90 Paesi, che hanno venduto circa 110 milioni di copie, David Baldacci è ai primissimi posti nella classifica degli scrittori di maggior successo della storia. Fa inoltre parte del Kindle Million club con un milione di copie vendute in e-book: solo altri nove autori nel mondo hanno raggiunto un risultato simile. Vive a Vienna, in Virginia, con la moglie Michelle e i due figli. Dopo diversi romanzi pubblicati per Arnoldo Mondadori Editore, con L’innocente (2012), primo volume della serie di Will Robie, ha esordito per il marchio Timecrime, per il quale sono usciti anche i romanzi Sotto tiro (2013) e La sfida (2014).

L.

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