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Prima di darlo via schedo questo numero de “Il Giallo Mondadori“, quando ancora era diretto da Alberto Tedeschi, con una delle avventure del Mike Shayne di Brett Halliday.
Ricordo che ho dedicato una pagina alla bibliografia italiana del personaggio.
Per un profilo del personaggio firmato Halliday stesso, rimando a questa scheda.

L’illustrazione di copertina è firmata, come sempre, da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1027. Mike Shayne: chi è colpevole alzi la mano [Mike Shayne 56] (Guilty as Hell, 1967) di Brett Halliday (in realtà Robert Terrall) [6 ottobre 1968] Traduzione di Luciana Agnoli Zucchini
– Inoltre contiene i saggi:
L’altro Sherlock Holmes (terza puntata), di Pier Carpi
Inoltre contiene il racconto:
Un caso per l’F.B.I. (?, “EQMM“, ?) di John Pierce

La trama:

Poco importa a Mike Shayne che la formula T 239, per la fabbricazione di una vernice «magica», sia più o meno complicata. Quanto alle circostanze in cui la formula stessa è stata trafugata – pare un tipico caso di spionaggio industriale – il grande investigatore ha l’impressione che non presentino aspetti eccezionali. Ma, a mano a mano che le indagini procedono, la situazione si presenta sempre più complessa: nel groviglio dei rapporti di parentela, di amicizia e di… inimicizia, in una girandola di reticenze, di ricatti, di interessi nell’ordine di milioni di dollari, sembra già quasi impossibile trovare il filo conduttore per risalire alla verità. Poi la vicenda si fa ancor più drammatica con una morte che pare un suicidio, ma non lo è, con un’altra che pare una disgrazia, ma non lo è… Che cosa mai si nasconde dietro il banale caso della formula T 239? Brett Halliday, maestro dei colpi di scena, vi dà appuntamento all’ultimo capitolo.

L’incipit:

Hal Begley, presidente e proprietario unico della “Hai Begley & C.”, per interfono ordinò alla segretaria: — Fate passare la signorina Morse, per piacere.
A giudicare dall’aspetto di quel bell’uomo sui trentacinque anni, vestito con eleganza, veniva fatto di pensare che, in gioventù, doveva essere stato un ottimo atleta, vanto della sua università. Questa impressione, del resto, era utilissima nel genere di lavoro che lui svolgeva. Per la verità, aveva resistito per un solo semestre in un “college” secondario e non provava il minimo interesse per l’atletica. Aveva un modo di fare gioviale, efficiente e sicuro di sé. Guadagnava bene: due anni prima, l’imponibile sui suoi redditi aveva superato i centomila dollari. L’agenzia occupava numerosi locali in uno stabile in North Miami Avenue, e Begley possedeva, inoltre, una proprietà prospiciente l’Oceano, in Coconut Grove.
Da un ufficio attiguo apparve Candida Morse, la sua più vicina collaboratrice. Era una ragazza bionda, sottile, più giovane di Begley. Indossava un abito a giacca rosa, creazione di un famoso figurinista di New York e lo portava bene. Il suo viso, dai tratti delicati, aveva l’aria intelligente e ambiziosa; e non si trattava soltanto di apparenza. La ragazza era davvero molto intelligente e molto ambiziosa: e il suo principale lo sapeva benissimo.
Begley sapeva anche di essere fortunato ad averla come collaboratrice. Quando l’aveva assunta, l’agenzia occupava un solo locale con due scrivanie, in un edificio assai meno distinto, situato in un quartiere di Miami decisamente pidocchioso. A quei tempi, Begley doveva denaro un po’ a tutti, in città, e si qualificava “consulente aziendale”. Il suo lavoro consisteva principalmente nello svolgere indagini su coloro che aspiravano a incarichi ad alto livello in qualche azienda.
Era stata Candida, dopo la sua assunzione, a impostare la ditta su delle nuove basi, facendone una vera e propria agenzia di collocamento di personale qualificato.
Begley nutriva il massimo rispetto per la sua assistente, anche se a volte gli incuteva timore.
— Nuova, quella giacca? — domandò lei in tono cordiale. — Bella.
— Servirà a tenermi su il morale, durante il week-end in Georgia — spiegò Begley. — Hai l’elenco degli invitati?
Candida lasciò cadere un foglio sulla pesante scrivania di noce. Girò quindi attorno al mobile e si avvicinò al principale per leggere l’elenco insieme a lui.
Benché avesse molti seri pensieri per la testa, Begley passò un braccio attorno alla vita di Candida.
— Me lo ha dato il mio buon amico Walter Langhorne – disse Candida. – Può darsi che all’ultimo momento ci siano delle aggiunte; comunque, fino a ieri sera l’elenco era questo. Oggi farò colazione con Walter, che mi comunicherà gli eventuali cambiamenti.
— Mi chiedo che cosa si concluderebbe qua dentro, se non ci fossi tu — disse Begley. Intanto aveva letto l’elenco fino all’ultimo nome. Per un attimo, si senti intrappolato, come se la sedia di pelle, dall’alto schienale, si fosse richiusa attorno a lui.
— Michael Shayne! Non pensavo che venisse pure lui.

L’autore:

Brett Hallyday, pseudonimo di Davis Dresser è nato a Chicago nel 1904. Ha cominciato giovanissimo una vita avventurosa, adattandosi ai più disparati mestieri. Nel 1926 si iscrive ad un concorso bandito da una casa editrice. Non vince, ma capisce che il suo vero lavoro è quello dello scrittore. Da allora compone decine e decine di opere e sotto vari pseudonimi si specializza nei western, nelle storie d’amore e nei racconti “sexy”. Il successo gli arride concretamente con i romanzi polizieschi. Nel 1939 con Ipnosi (Dividend on Death) crea l’ormai famosissimo investigatore privato Mike Shayne. I romanzi che hanno come protagonista l’irruento Shayne sono più di una settantina oltre a numerosi racconti e a una rivista che si intitola “Mike Shayne’s Mystery Magazine”.

L.

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