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La Einaudi porta in libreria un nuovo romanzo di di Luca D’Andrea.

La scheda di Uruk:

L’animale più pericoloso (2020) di Luca D’Andrea [gennaio 2020]

La trama:

Dora Holler ha tredici anni e le idee chiare su ciò che non va nel mondo. Adesso si è data una missione: salvare il nido di una lince. Perciò scappa di casa con Gert, uno che ha conosciuto su Internet. Solo che Gert è un adulto e, soprattutto, il movimento ecologista di cui dice di far parte non esiste. Gert le ha mentito; mente sempre, perfino a sé stesso. Una fuga che doveva essere un viaggio iniziatico si trasforma in un incubo, impigliandosi nelle maglie di un disegno spaventoso che parte da molto lontano. La ricerca di Dora scatena volontari armati di fucile, teste calde e lotte di potere. Per salvarla serve qualcuno che ha conosciuto da vicino l’essenza più pura dell’orrore, un uomo «secco come un colpo di manganello e dallo sguardo come filo spinato». Il capitano dei carabinieri Viktor Martini, quello che in un’altra vita, a Roma, ha catturato lo Squartatore di Testaccio. E da allora non è più lo stesso.

L’incipit:

L’ansia la costrinse a uscire in anticipo, la rabbia a lasciare il mazzo di chiavi in bella vista al centro del tavolo in cucina. Chiusa la porta, tornò a respirare.
Superò il panificio della signora Kircher, il bar di Alois, il Despar, la filiale della Volksbank e il negozio di articoli sportivi del signor Wegener con la statua di Sepp Innerkofler in vetrina. Camminò a testa bassa, sudando sotto la tuta da ginnastica di una taglia più grande che indossava non per il freddo (i milletrecento metri di altitudine di Sesto Pusteria potevano mitigare, non ignorare quell’agosto torrido), ma perché l’estate era la stagione che piaceva solo alle ragazze che si avvicinavano allo specchio senza sentire le budella fare le capriole.
Dora aveva tredici anni e stava scappando di casa perché portava le trecce come Greta Thunberg, perché leggeva un sacco di libri e guardava ancora più documentari, perché aveva deciso che il tofu era meglio dello speck, perché sua madre mentiva quando le assicurava che questa ragazza-bruco sarebbe presto diventata una splendida ragazza-farfalla, ma soprattutto perché suo padre, l’uomo che una volta l’aveva portata sulla Croda Rossa ad ammirare la danza d’amore delle aquile, le aveva detto che «certe faccende» non erano «roba per tredicenni».
Attraversò il Rio Sesto passando sul vecchio ponticello di legno e si inoltrò lungo il sentiero che puntava a sud, le trecce bionde che salterellavano allegre e il sottile rimpianto di aver abbandonato sul comodino la biografia di Dian Fossey. Ma fra un paperback ingiallito che ricordava parola per parola e una borraccia in più nello zaino non c’era gara. Riempire uno zaino non è un capriccio, è una scienza.
Dopo una ventina di minuti sotto il sole infuocato, fra prati verdi da far male agli occhi, il sentiero la condusse nel folto del bosco dove la fragranza di resina si fece pungente, fino a un bivio in cui si fermò per controllare l’ora. Era in anticipo. Riposto lo smartphone, accelerò in direzione est. Cambiò diversi sentieri senza mai esaminare la cartina, perché conosceva la zona come le sue tasche, sostando solo per un sorso d’acqua ogni tanto.
Marciò con il cuore che batteva più forte mano a mano che si avvicinava alla meta, non per stanchezza e nemmeno perché stava scappando di casa. Il cuore di Dora Maria Holler, nata e cresciuta a Sesto Pusteria, Alto Adige Südtirol – prima della classe in ogni materia (tranne quella che costringeva le Dora di questo mondo a indossare magliette e pantaloncini corti) –, faceva tutto quel chiasso perché aveva un appuntamento, e suo padre le aveva detto che l’amore era come la danza delle aquile.
Strano, pericoloso, e per sempre.

L’autore:

Luca D’Andrea è nato a Bolzano, dove vive, nel 1979. Per Einaudi ha pubblicato: La sostanza del male (2016 e 2017), Lissy (2017 e 2018), Il respiro del sangue (2019) e L’animale più pericoloso (2020). I suoi romanzi sono bestseller internazionali, tradotti in quarantadue Paesi.

L.

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