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La Longanesi porta in libreria la storia di una giovane donna al servizio della CIA..

La scheda di Uruk:

Sotto copertura (Life Undercover, 2019) di Amaryllis Fox [aprile 2020] Traduzione di Luca Bernardi

La trama:

A ventun anni Amaryllis elabora un algoritmo capace di individuare la probabilità che una cellula terroristica entri in azione ovunque nel mondo. In pieno post 11 settembre i servizi segreti americani cercano millennials a loro agio nel digitale, capaci di combattere il nuovo terrorismo. La CIA la recluta immediatamente. Dopo qualche mese a Langley inizia il duro addestramento alla «Fattoria», dove le insegnano a maneggiare una Glock e un fucile M4, coprire le ferite con sacchetti di plastica del supermercato, liberare i polsi dalle manette mentre è chiusa in un bagagliaio, resistere alle torture e persino il modo più efficace di suicidarsi in casi estremi: tutto quello che le servirà per la sua nuova vita da agente sul campo.
Per giustificare i frequenti viaggi intercontinentali Amaryllis apre un import-export di arte indigena e inizia a fingere di essere una mercante d’armi che finge di essere una mercante d’arte. Recluta risorse, si infiltra in una estesa rete di trafficanti. Funziona. Il passo successivo è il trasferimento a Shanghai. Le si spalanca davanti, come un buco nero, una vita immersa nella menzogna: anni di continui inganni, senza mai tregua. Accetta di sposare un collega, vive con lui in una casa infestata di spie cinesi. Poco dopo nasce Zoë. Dove finisce la realtà e dove inizia la finzione, nella nuova esistenza che Amaryllis ha scelto di vivere?
Determinata a fermare i trafficanti di odio, distruzione e morte, trascorrerà molti anni sotto copertura arrivando quasi ad annientare se stessa. E proprio allora imparerà la lezione più importante: l’unico modo per sconfiggere il nemico è avere il coraggio di sedersi di fronte a lui e ascoltarlo.

L’incipit:

Vedo nel vetro l’uomo che mi pedina. A una svolta mi sono accorta di lui, del suo percorso coordinato con il mio nel dedalo di vicoli di Karachi. I nostri riflessi si fondono nella vetrina di una sartoria. È alto, con un volto cavallino. Cammina aprendo e chiudendo le mani. LA SICUREZZA DEL VELO, annuncia un manifesto su burqa e hijab.
Di fronte a me, l’autobus che avrei dovuto prendere si ferma e riparte in un tripudio di colori e linee. Ogni centimetro quadrato della carrozzeria è ricoperto di forme chiare e vortici, intricati e infiniti come in un carro da parata del Martedì Grasso, un tempio a gasolio dedicato al piacere dell’occhio. Sembra una bestia feroce carica di pesi, un drago che arranca sotto il fardello della propria bellezza e dei passeggeri che gli penzolano dal ventre e dalla schiena. Gli autobus sono ciò che amo di più del Pakistan. Nella polvere e nello smog scanditi dai colpi di clacson ti fanno quasi trasalire, come lo svelarsi di un’anima infuocata nel volto altrimenti insignificante di un estraneo.
Lo lascio avanzare con il suo peso, non tarderò di molto anche se l’ho perso. Tra pochi minuti ne arriverà un altro, sempre diretto a M.A. Jinnah Road. Meglio non dare a Mr Ed l’impressione che voglia seminarlo. Non c’è nulla di più sospetto dell’eludere la sorveglianza. È per questo che i film sugli agenti della CIA mi fanno ridere. Tutte quelle acrobazie sui tetti, le mosse da giocolieri con le Glock. Nella vita reale basterebbe un solo inseguimento nel centro di una città per far saltare per sempre la mia copertura. Meglio lasciarli crogiolare in un falso senso di sicurezza. Muoversi con una lentezza tale da farli stare al passo. Fermarsi con il giallo, se si è al volante. Tenerli d’occhio ogni volta che ci si ferma o si riprende a camminare. Insomma, il trucco è annoiarli a morte. E risparmiarsi i trucchi alla James Bond per quando saranno ormai andati a dormire.
Nell’attesa, vedo Mr Ed esaminare utensili da cucina a una bancarella del mercato. Non è ancora chiaro quale tipo di sorveglianza eserciti. Di solito la prima ipotesi è che appartenga ai servizi segreti locali: un agente dell’intelligence del Paese in cui mi trovo. Stavolta, però, l’idea non mi convince. Gli agenti dell’intelligence pakistana sono piuttosto bravi. Le loro squadre di sorveglianza tendono a essere composte da sei o sette membri, in modo da cambiare il pedinatore ogni poche centinaia di metri per ridurre al minimo il rischio di essere colti in flagrante dalla sottoscritta. Quest’uomo, invece, sembra solo. E poi il suo viso ha tratti da straniero. Nonostante gli abiti tradizionali, con la kamiz lunga e larga sopra i pantaloni, ha l’aria di essere nato nell’Asia centrale. Un kazako, forse, o un uzbeko. È quindi più probabile che mi stia valutando in vista dell’incontro di domani. Ultimamente Al Qaida ha accolto varie reclute dell’Asia centrale, e impiegare i nuovi arrivati per i pedinamenti è una strategia tipica. Loro prendono confidenza con il territorio e, allo stesso tempo, i capi possono capire se hanno un futuro davanti a sé.

L’autrice

Amaryllis Fox, figlia di un’attrice inglese e di un economista americano, laurea con lode a Oxford e un master su terrorismo e conflitti alla School of Foreign Service di Georgetown, entra nella CIA a soli ventidue anni. Presta servizio in sedici Paesi e lavora come agente sul campo, sotto copertura per circa otto anni tra Africa, Asia e Medioriente, dislocata alle operazioni clandestine di controterrorismo e contrasto della proliferazione delle armi di distruzione di massa. Lascia l’Agenzia nel 2010 e da allora scrive, tiene conferenze e lavora come attivista per la pace. Collabora tra gli altri con CNN, National Geographic, Al Jazeera, BBC. Vive a Los Angeles con la figlia Zoë, nata sotto copertura, il secondo marito Bobby Kennedy III e la loro bambina nata a gennaio del 2019. Questo è il suo primo libro, da cui sarà presto tratta una serie tv con Brie Larson.

L.

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