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Il sessantanovesimo numero della collana “Il Giallo Mondadori Sherlock”, la prima al mondo a far rivivere ogni mese le gesta del celebre detective, presenta questo maggio un rebus senza precedenti per il re dei detective.

La scheda di Uruk:

69. Sherlock Holmes. Il delitto impossibile (The Adventure of the Pigtail Twist, 2020) di M.J.H. Simmonds [maggio 2020] Traduzione di Mauro Boncompagni

La trama:

Sei casi risolti in sei giorni. Una sequenza di successi al limite delle capacità umane, che tuttavia non è bastata a Sherlock Holmes per placare la sete di investigazioni criminali. Appena tre settimane dopo, il grande segugio langue in uno stato di scontrosa apatia. Pallido ed emaciato, giace per ore raggomitolato in poltrona ignorando le consuete attività. E il buon dottor Watson teme a ragion veduta che il tedio insopportabile possa indurre l’amico a cercare sollievo nell’ago di una siringa. Ma una mattina di giugno il destino, nei panni dell’ispettore Gregson di Scotland Yard, bussa alla porta del 221B di Baker Street recando in dono un enigma da decifrare. Il proprietario di una residenza di campagna nel Bedfordshire è stato strangolato con una corda mentre nell’edificio erano presenti numerosi ospiti. Nessun indizio, arma del delitto irreperibile. Se alla polizia sembra un problema senza soluzione, per Holmes è l’antidepressivo ideale. Avere un’indagine di cui occuparsi, seguendo le tracce di una vicenda che si snoda fino nella lontana Africa, sarà come rinascere. E dovrà essere al massimo delle sue facoltà per ingaggiare un duello con un avversario capace di concepire l’omicidio perfetto. O quasi.

L’incipit:

Giugno 1884

L’estate del 1884 si rivelò talmente abominevole che non vale quasi la pena di parlarne. Un area di bassa pressione si era insediata tenacemente a ovest dell’Irlanda e aveva diffuso la sua coltre fredda e umida verso est per tutto il mese di giugno e anche oltre. La pioggia scendeva per le strade grigie e fangose di Londra, schizzata dal vento in fastidiosi vortici che non lasciavano asciutta nessuna superficie. In quel turbine, la gente avanzava zoppicando con gli ombrelli distrutti.
Sherlock Holmes, alla disperata ricerca di un caso o di una qualsiasi altra sfida intellettuale, era lo specchio personificato di quel tempo orribile. Sembrava un sosia di se stesso, sempre cupo, triste e scontroso. Alternava rapide passeggiate a ore di letargia e di quiete quasi cadaverica. Non traeva il minimo sollievo né dalla pipa né dalla lettura del giornale, e con lo sguardo non faceva che vagare dalla babbuccia persiana di seta accanto agli alari al cofanetto a forma di bara sulla mensola del camino, dove il fuoco scoppiettava gentilmente.
Io, allora, ero ben contento di starmene in casa. Mi tenevo al passo con le mie letture ed ero impegnato a mettere nero su bianco alcune delle recenti imprese di Holmes. Qualsiasi esposizione prolungata al freddo e all’umidità avrebbe riacutizzato di sicuro la mia vecchia ferita di guerra, e in effetti avvertivo già le pulsazioni che ogni tanto mi provocava la famosa pallottola esplosa da un moschetto indiano. Gli argomenti di discussione che proponevo incontravano da parte del mio amico soltanto il silenzio o, nella migliore delle ipotesi, un brusco grugnito di disaccordo. Holmes aveva il viso tirato e sembrava perfino più magro del solito. Non ricordavo di averlo visto mangiare qualcosa di solido da diversi giorni. Ormai aveva raggiunto un tale livello di tedio che mi pareva quasi impossibile impedirgli di ricorrere alla siringa.
E, anche se mi sembrava un’eternità, erano passate solo tre settimane da quando aveva stupito me, la maggior parte degli uomini di Scotland Yard e metà della popolazione inglese con lo sfoggio più incredibile e prolungato del suo talento per la deduzione e il ragionamento creativo a cui, credo, mi sia mai capitato di assistere. Nel corso di sei giorni, aveva risolto sei crimini e perfino accennato all’esistenza di un settimo, del quale fin lì nessuno si era ancora accorto.

Extra:

Il volume è impreziosito dal saggio: Cultura sociale e storica attraverso Sherlock Holmes di Luigi Pachì:

«Qualche giorno fa leggevo nel libro di Nicko Vaughan un’osservazione che mi ha fatto riflettere. La Vaughan sosteneva di essere felice di aver letto il Canone non da bambina ma in età matura, perché le storie di Arthur Conan Doyle non sono semplici avventure poliziesche alle quali accostarsi troppo presto. Questo perché vi sono rappresentati contesti storici e sociali che si possono apprezzare quando si è un po’ più adulti, e soprattutto perché i cinquantasei racconti e i quattro romanzi originali con Sherlock Holmes sono intrisi di termini provenienti da diverse lingue o dal significato poco diretto.»

L.

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