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La Piemme porta in libreria un caso scottante per l’agente Caparzo.

La scheda di Uruk:

Vengo a prenderti (2020) di Paola Barbato [giugno 2020]

La trama:

Il caso più importante della sua vita piomba addosso all’agente Francesco Caparzo in maniera inattesa. Inseguiva lo stalker di una donna che da un anno cercava di aiutare, quando d’improvviso si era ritrovato in un vecchio capannone industriale sperduto nel nulla. Lì dentro, lo spettacolo agghiacciante di uno zoo privato, undici carrozzoni da circo che imprigionavano esseri umani in condizioni pietose, una gabbia vuota pronta ad accogliere la sua protetta e lo psicopatico responsabile di ogni cosa lì davanti a lui, armato. Un colpo di pistola sembra risolvere tutto, il colpevole ucciso, le vittime salve, Caparzo in procinto di essere incoronato eroe nazionale. Ma le cose non sono come appaiono. Tra le vittime si nasconde un complice, forse addirittura la mente che ha organizzato tutto, che dall’ambulanza riesce a scappare, dileguandosi. La caccia all’uomo ha inizio, ma non esistono piste, niente tracce, la polizia insegue un fantasma. Caparzo capisce che la chiave dell’origine di tutto quel male sta proprio nel capannone e nelle sue vittime. Indaga i segreti di ciascuno, le colpe che vorrebbero nascondere, mette a nudo i lati più oscuri delle loro anime. E mentre lui scava qualcun altro li perseguita con oggetti, simboli che solo il loro carnefice conosce. Prima capitano incidenti che la polizia considera trascurabili. Poi i sopravvissuti iniziano a morire. È tempo per Caparzo di mettere insieme i pezzi per evitare che il fantasma che sta inseguendo termini il suo lavoro.
Paola Barbato ci conduce al cuore del male assoluto e ci gioca, deformandolo e restituendoci una verità diversa, scomoda, difficile da accettare, ma completamente priva di pregiudizi. E ci tiene in pugno, fino all’ultimo sconvolgente colpo di scena.

L’incipit:

La testa era sotto la pietra più grande.
Ci vollero due persone per sollevarla, gli altri si fecero indietro d’istinto. Non sarebbe stato un bello spettacolo per dei soccorritori professionisti, figuriamoci per un grappolo di contadini strappati alle loro stalle. Ma, spostato il masso, il viso comparve intatto. Pieno di sangue, certo, ma nel cadere i detriti si erano accatastati in modo da premerlo senza schiacciarlo. Nessuno aveva il coraggio di voltarsi, sua madre era lì dietro, a dieci passi, una scarpa stretta nella mano e l’attesa di sapere se sotto quel cumulo ci fosse suo figlio. Lo capì da sola, cercò di buttarsi avanti, provarono a fermarla senza riuscirci, la lasciarono andare. Nessuno pensò alla polizia o ai medici, non c’era niente da medicare, non c’era niente da indagare. Giovannino Marinoni si era infilato in un vecchissimo casotto di caccia in pietra, aveva urtato con la testa l’ultima trave marcia che lo teneva in piedi e ci era rimasto sotto. Una cosa del genere era sempre stata nell’aria, aveva già del miracoloso che Giovannino avesse superato i quarant’anni senza essere caduto in un burrone, finito sotto un’auto o soffocato dalla sua stessa lingua. Tutti nel paesino della Val Trebbia sapevano che era matto, matto sul serio, fin dalla nascita, mai una parola, mai imparato ad allacciarsi le scarpe, sua mamma lo lavava e lo vestiva ogni giorno come se fosse il primo. Le avevano detto che non sarebbe stato nemmeno in grado di camminare, all’inizio c’era il dubbio che fosse pure cieco o sordo. Invece Giovannino ci vedeva e ci sentiva e a camminare, anche se un po’ in ritardo, era arrivato perfettamente, anzi, ne era diventato un maestro. La mattina presto, una volta vestito, usciva dalla porta di casa e cominciava ad andare. Girava per tutto il paese, conosceva ogni strada, ogni viottolo e in breve tempo aveva iniziato a percorrere i sentieri di montagna, inutili le raccomandazioni della mamma, lui voleva andare. Trovava sempre qualcuno lungo il percorso che gli allungasse un panino o un uovo, i più anziani gli scarruffavano anche i capelli e il barbone, perché sapevano che Giovannino era innocuo. Urlava ai bambini, questo era vero, ma i bambini gli tiravano i sassi, come è tradizione da che mondo è mondo, e ogni cosa tornava. Tutti si erano abituati a lui, tutti si aspettavano di vederlo spuntare da un angolo o da un cespuglio, il passo deciso di chi deve andare a fare qualcosa di importantissimo.
Poi, un giorno di sei anni prima, Giovannino era sparito.

L’autrice

Paola Barbato, classe 1971, è milanese di nascita, bresciana d’adozione, prestata a Verona dove vive con il compagno, tre figlie e tre cani. Scrittrice e sceneggiatrice di fumetti, tra cui Dylan Dog.

L.

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