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La collana “Il Giallo Mondadori“, da non confondersi con quella in edicola, porta in libreria un’indagine del commissario Russo.

La scheda di Uruk:

La quarta versione di Giuda (2020) di Dario Ferrari [giugno 2020]

La trama:

È una gelida sera di gennaio a Viareggio: con il conforto di una cospicua dose di cioccolato, don Tony si dispone ad ascoltare le confessioni dei parrocchiani – cogitabonde disamine in cui l’autoelogio è secondo solo al biasimo per le miserie altrui -, e intanto sogna il tepore del proprio appartamento e di una montagna di junk food.
Proprio quella notte, però, un omicidio scuote la comunità. In tanti si aggiravano attorno alla scena del delitto: il dottor Ferri, vanitoso ginecologo obiettore, la Pia, onnipresente pettegola non priva di un certo acume induttivo, un gruppo di adolescenti della meglio gioventù viareggina, il traffichino Franco LaVoce…
Le indagini sono affidate al commissario Klaus Russo, aspirante giallista che interpreta il proprio lavoro attraverso il filtro dei romanzi che ha letto e che sogna di scrivere, affiancato dall’agente Carini, truce e taciturno – il braccio violento della legge.
Don Tony si ritrova suo malgrado nell’occhio del ciclone e viene ulteriormente messo in crisi dall’intransigenza di una bella ragazza vegana in cui si è imbattuto per strada la notte dell’omicidio, che oltre a bistrattarlo per le sue deprecabili abitudini alimentari gli chiede di nasconderla rifiutandosi di dare spiegazioni.
Quando il commissario Russo decide di rinunciare al giallo per darsi al noir, la svolta si ripercuote sul tono della narrazione, che si fa più tesa e torbida, fino al sorprendente scioglimento finale.

L’incipit:

Se, pistola alla tempia, don Tony dovesse dire quali sono le cose che più detesta del suo lavoro, non avrebbe dubbi:
1. L’alito di suor Tarcisia.
2. La messa delle sette di mattina.
3. Il giovedì.
Se le motivazioni dei primi due gradini del podio sono evidenti, per il bronzo occorre forse una precisazione: il giovedì è il giorno delle confessioni, e le confessioni sono uno strazio a cui don Tony preferirebbe le fiamme della Geenna.
Da seminaristi, lui e i compagni pregustavano la confessione come la più sugosa delle mansioni sacerdotali; ed è stato proprio in seminario che don Tony, ancora solamente, laicamente Antonio, ha visto
La messa è finita, e ha riso del prete che si lamentava perché le confessioni ruotavano sempre attorno al sesso. Per lui, bisogna dire, il sesso non è mai stato un argomento allettante; sa che tutti, compresi i colleghi, lo considerano una priorità, se non la priorità. Lui no. Se Satana cercasse di farlo cadere in tentazione facendogli trovare nel letto le nudità di una ragazza, o di un ragazzo, difficilmente lo farebbe capitolare. Piuttosto, il Maligno farebbe meglio a presentarsi con una teglia di melanzane alla parmigiana, con dei tortelli al ragù e con una setteveli: allora sì che la fede di quei 121 chili di sacerdote vacillerebbe.
Sin da giovanissimo, tuttavia, don Tony ha imparato a dissimulare la sua olimpica indifferenza al sesso, considerata sospetta (se non foriera di perversioni) perfino (se non soprattutto) in un prete; e si è rassegnato all’idea di ascoltare tra gli sbadigli le confessioni a sfondo sessuale che gli sarebbero inevitabilmente toccate. Contro ogni previsione, però, le confessioni a cui è costretto a sottoporsi ogni giovedì pomeriggio di sessuale hanno ben poco, e quando capita di sicuro non gli fanno rimpiangere di averci rinunciato
sine die. Se quindi il mondo intero ruota davvero attorno al sesso, come tutti ripetono, allora i casi sono due, anzi tre: o è tutto un sopravvalutato imbroglio freudiano a cui la gente finge di credere per spirito di omologazione; oppure il sesso è una cosa di cui in confessione si preferisce non parlare, anche perché ormai solo pochi nostalgici lo considerano un peccato; oppure il sesso è una cosa che si fa solo al di fuori della sua parrocchia. Tutte e tre le opzioni gli appaiono ragionevoli, ma non valgono a lenire la noia cui lo costringono quelle interminabili sedute di confessione, in cui il massimo di tensione emotiva che si riesce a raggiungere è uno schiaffo assestato a un figlio maleducato, seguito poi da grandi (ed eccessivi, se si conosce il figlio in questione) pentimenti.

L’autore

Dario Ferrari (Viareggio, 1982) ha passato il primo trentennio di vita a studiare, fino a diventare dottore di ricerca in Filosofia, un titolo ornamentale che serve quasi esclusivamente a impreziosire le note biografiche. Insegna in un liceo romano ed è traduttore.

L.

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