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Mauro Boncompagni, colonna portante del Giallo Mondadori, presenta questo luglio la sua nuova opera di raccolta: il numero 94 de “Gli Speciali del Giallo Mondadori”.

La scheda di Uruk:

94. Omicidi nel villaggio, a cura di Mauro Boncompagni [marzo 2020] Euro 6,90
Introduzione, di Mauro Boncompagni
L’omicidio di Norton Manor [Country House Mysteries 2] (Why Shoot a Butler?, 1933), di Georgette Heyer – Traduzione di Giuseppe Catozzella
• TRAMA: Una sera, guidando lungo una stradina di campagna, l’avvocato Amberley si imbatte in un’auto ferma a motore spento e fari accesi. Accanto c’è una bella ragazza dall’aria piuttosto tesa, mentre seduto al volante c’è il cadavere di un uomo. Si tratta del maggiordomo di una tenuta, assassinato con un colpo di pistola. Ma perché mai uccidere un maggiordomo? Sarà Amberley stesso a cercare di scoprirlo.
La morte nel villaggio [Gervase Fen 8] (The Long Divorce, o A Noose for Her, 1951), di Edmund Crispin – Traduzione ignota
• TRAMA: Nel piccolo centro di Cotten Abbas una serie di lettere anonime che seminano sospetti e maldicenze sta avvelenando la vita della comunità. La divulgazione di segreti inconfessabili non può che avere conseguenze gravissime, tanto da provocare un suicidio e un omicidio. È una fortuna poter contare su Gervase Fen, professore universitario e detective dilettante, recatosi in incognito sul posto a indagare.
La moglie del dottore (The Doctor’s Wife, da “Evening Standard”, 11 ottobre 1950), di Leo Bruce – Traduzione di Mauro Boncompagni
• TRAMA: Nel villaggio di Braxham la moglie di un dottore è morta per un’infezione da tetano, sopraggiunta a seguito di una ferita alla mano. Un decesso per cause accidentali, dunque? Il sergente Beef è l’unico a non esserne convinto. Del resto nessuno conosce meglio di un poliziotto locale come lui le persone coinvolte nel caso. Ed è il requisito indispensabile per smascherare un assassino.

L’incipit dell’Introduzione

Il villaggio, ovvero “the great good place”, secondo la famosa definizione di W.H. Auden. O, come anche si potrebbe dire, l’evergreen, il posto più congeniale al giallo classico, che nulla sa, e nulla vuole sapere, delle “mean streets” di cui parlava Chandler contrapponendo il suo realismo cittadino al sogno bucolico degli ideatori di trame delittuose simpaticamente campestri. Nel poliziesco inglese, il villaggio è spesso associato ai romanzi della Christie, anche se in fondo l’hanno usato molti dei suoi contemporanei. Sir Hugh Greene, il fratello del più celebre Graham, per esempio, se la prendeva con il “mostruoso reggimento di donne” che scrivevano durante e prima della guerra (e qui citava le quattro più famose tra loro: Christie, Sayers, Allingham e Marsh) perché, a suo giudizio, avevano portato via il delitto dalle strade malfamate della Londra edoardiana per trapiantarlo in un mondo irreale, di pura fantasia. Un rimpianto, come si vede, condiviso da Raymond Chandler.

L’incipit de “L’omicidio di Norton Manor”

Il cartello con le indicazioni, al crocevia, non fu di alcun aiuto. Qualche sbiadito carattere su una delle frecce imbarcate informava il viandante che Lumsden era a ovest, al termine di quella che appariva come una stradina dall’aspetto malconcio. L’altra freccia era puntata verso Pittingly, un posto che il signor Amberley non aveva mai sentito nominare. In ogni modo, se Lumsden era situata da qualche parte a ovest, Upper Nettlefold doveva trovarsi nella direzione della sconosciuta Pittingly. Il signor Amberley spense la piccola torcia elettrica, poi fece inversione di marcia, pentendosi amaramente di essersi fidato delle entusiastiche ma sommarie indicazioni di sua cugina Felicity. Se avesse avuto il buon senso di procedere per la strada che percorreva abitualmente, a quell’ora sarebbe già stato a Greythorne. La “scorciatoia” di Felicity l’avrebbe fatto giungere in ritardo per la cena.
Guidò piano per qualche chilometro lungo un’accidentata stradina fiancheggiata da filari di siepi sempreverdi. I banchi di foschia autunnale che si formavano sulla strada finirono per esasperarlo del tutto. Oltrepassò un viottolo sulla sinistra che non gli parve molto promettente, perciò proseguì verso Pittingly.

L’incipit de “La morte nel villaggio”

Il pomeriggio di venerdì 2 giugno 1950 il signor Datchery consegnò la sua valigetta al conducente dell’autobus, pregandolo di recapitarla all’Albergo del Moro, e si dispose a percorrere a piedi i cinque chilometri che dividono la cittadina di Twelford dal villaggio di Cotten Abbas.
Il signor Datchery era un uomo alto e magro, tra i quaranta e cinquanta, dal viso asciutto accuratamente sbarbato. I capelli, benché bagnati, gli stavano ritti sulla sommità del capo. Era espansivo e di modi affabili. Dalla stazione di Twelford, dove aveva consegnato la valigia all’autista, si incamminò verso ovest lungo la strada principale e alle tre aveva già superato la periferia della cittadina ed era uscito in aperta campagna.
La mattina era stata piovosa, ma poi le nubi si erano diradate: a mezzogiorno ogni traccia di pioggia era scomparsa e la terra aveva ricominciato ad assorbire e accumulare calore. Tra il cinguettare degli uccelli, sotto il cielo luminoso, il signor Datchery avanzava verso Cotten Abbas. E camminando cantava a gola spiegata, tra la disgustata disapprovazione di tutti gli esseri animati a portata della sua voce.

L’incipit de “La moglie del dottore”

— Ci sono dei casi di omicidio — disse il mio vecchio amico, il sergente Beef — in cui l’uomo del posto, o lo sbirro locale, se ti piace definirlo così, ha già battuto tutti i furbacchioni di Scotland Yard prima ancora che la partita cominci.
“Quelli potranno anche avere microscopi o fare tutte le autopsie del caso, ma lui conosce la gente coinvolta; e anche se la sua è una normalissima conoscenza umana, questa a volte batte tutte le loro teorie scientifiche messe insieme.”
Dopo quel preambolo un tantino sentenzioso, mi aspettavo una storia semplice e diretta, e in qualche modo fu proprio quello che ottenni.
— Ci fu un caso simile — disse Beef — quando lavoravo in un villaggio chiamato Braxham.

L.

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