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Prima di darlo via schedo questo numero de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca della direzione di Gian Franco Orsi.

L’illustrazione di copertina è firmata, come sempre, da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1272. Aut-aut [C.I.D. Room 6] (Call Back to Crime, 1972) di Peter Alding (Roderic Jeffries) [17 giugno 1973] Traduzione di #
Inoltre contiene il racconto:
È stato il maggiordomo (The Butler Did It, da “EQMM“, maggio 1973) di H.R.F. Keating

La trama:

Con i suoi precedenti romanzi “Capitano di sventura” e “Né di venere né di marte…” (Il giallo, numeri 1055, 1151), Peter Alding ha dimostrato di poter entrare, a buon diritto, nella piccola équipe degli autori dediti alla «aneddotica poliziesca». Per essere più chiari, alludiamo a J.J. Marric, lo storiografo di Scotland Yard e a Ed McBain che colloca il suo realissimo 87° Distretto in una città dal nome immaginario, ma si riferisce probabilmente alla polizia di New York. Qui, l’ispettore Fusil della polizia di Fortrow è alle prese con due casi apparentemente semplici. Anzi, il primo, a rigore, non può nemmeno esser definito un «caso» poiché tutto sembra chiaro: infatti, non c’è niente di sospetto nell’incendio che è costato la vita a una certa signora Selby. Il secondo caso ha tutta l’aria di essere un regolamento di conti tra gente della mala. Ordinaria amministrazione. Ma Fusil e il suo aiutante Kerr non sono tipi da adagiarsi su simili conclusioni di comodo. Ed eccoli, cocciuti e pertinaci a proseguire le indagini, con una disastrosa scarsità di indizi, per conseguire la certezza che la povera Selby è stata veramente vittima di una disgrazia. Quanto al presunto regolamento di conti, gli indizi sono decisamente troppi e rischiano di confondere le idee agli investigatori. I quali, tuttavia, arriveranno a scoperchiare una pentola per la quale, una volta tanto, il diavolo aveva fatto anche il coperchio.

L’incipit:

Il primo a scorgere l’incendio fu un tale che stava andando al lavoro, in una piccola fabbrica di confezioni, lì vicino. Appena girato l’angolo, vide alla finestra del primo piano di una palazzina, un bagliore di fuoco. Frenò di colpo. Alte lingue di fuoco divorarono le tende in un baleno; il vetro della finestra andò in frantumi con un rumore così forte che il motociclista poté sentirlo, nonostante il rombo della sua moto. Una spirale di fumo nero, in parte rischiarata dalle luci del la strada, eruppe dalla finestra e si allungò verso il cielo.
L’uomo innestò la prima, accelerò attraversando la strada e andò a infilarsi fra due auto, per parcheggiare. Saltò giù dalla moto e, di volata, raggiunse la porta della casa in fiamme. Era chiusa a chiave. Allora afferrò il batacchio e si mise a picchiare disperatamente, mentre con l’altra mano suonava il campanello. Da fuori si udiva il crepitio sinistro del fuoco e, quando poi le fiamme divamparono sin fuori dalla finestra, l’uomo ne sentì il calore. Eppure… cosa incredibile… era ancora l’unica persona presente.
Un basso steccato separava il giardino della casa in fiamme da quello attiguo; l’uomo lo scavalcò e bussò freneticamente alla porta della casa vicina; pochi secondi dopo, si aprì una finestra al piano superiore, e un uomo si affacciò:
— Che diavolo…? — L’uomo ammutolì alla vista del fuoco e del fumo.
Un’automobile che percorreva la strada, frenò bruscamente.
— Abbiamo il telefono guasto! – urlò l’uomo dalla finestra.
Proprio mentre girava i tacchi per ritornare in strada, il motociclista vide che alla finestra era comparsa anche una donna.
— Trovate un telefono che funzioni! — gridò il motociclista al conducente dell’auto. Una seconda, poi una terza macchina si fermarono.
Il motociclista tornò alla porta della palazzina, dove continuava a divampare l’incendio; chiamò aiuto. Due uomini scesero dalle rispettive auto e si unirono a lui, tentando di abbattere la porta, senza riuscirvi. Ormai le fiamme uscivano divampando ininterrottamente dalla finestra, e il fumo saliva fino a confondersi con l’oscurità del cielo, prima che la leggera brezza del sud incominciasse a disperderlo.

L.

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