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Prima di darlo via schedo questo numero de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca della direzione di Gian Franco Orsi.

L’illustrazione di copertina è firmata, come sempre, da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1240. Davis non abita più qui (Davis Doesn’t Live Here Anymore, 1971) di Jack Ripley (John Wainwright) [5 novembre 1972] Traduzione di Antonietta Baffi
Inoltre contiene il racconto:
Tu veglierai per sempre (Sleep No More, da “EQMM“, luglio 1972) di Allan R. Brown

La trama:

«Perché scaricare il cadavere sgozzato proprio sulla porta di casa mia?» È la domanda da cinque milioni, come direbbero quelli dei telequiz. Eppure devo trovare la risposta, altrimenti non riuscirò a capire il significato del ginepraio in cui mi dibatto – a capire il motivo per cui hanno fatto ad un insignificante omiciattolo come Roberts l’«onore» di tagliargli la gola – a capire cosa diavolo sta succedendo in questa piccola comunità nella quale io rappresento «La Legge». I segugi della capitale, magari, ci arriverebbero facile, ma io… io sono un piedipiatti di campagna, il vaso di coccio tra i vasi di ferro, il bersaglio preso di mira da ogni parte. In fondo, sono insignificante come Roberts. Così, almeno, la pensano in molti! La risposta (quando arriva) è amara, penosa. Per me, personalmente. Ne esco massacrato. E la risposta non è chiara, non riesce a dissipare la nebbia mefitica che avvolge i protagonisti e i comprimari. È una risposta angosciosa quanto lo era la prima domanda… «Perché scaricare il cadavere sgozzato proprio sulla porta di casa mia?»

L’incipit:

Ore 6 del mattino Prendo l’elmetto dall’attaccapanni nel vestibolo, apro la porta d’ingresso e saluto la mattina d’estate con una smorfia acida. Il vento che segue l’alba costruisce castelli di nuvole all’orizzonte verso ovest, e c’è odore di pioggia nell’aria. Le foglie dei faggi frusciano, e una coppia di piccioni tuba nel bosco.
Ma l’uomo sul sentiero non vede né sente tutto questo.
Non gliene importa più niente.
È proprio indiscutibilmente, definitivamente morto.
Non sono scosso. Mi correggo… non troppo scosso.
Non mi metto a gridare o smaniare. Sto quasi per svenire, ma è la mia unica reazione a quanto finirà per accorciarmi la vita di dieci anni.
Rimango immobile con lo sguardo fisso. Poi ricomincio a pensare, e il mio primo penderò è: “Ma perché proprio io?”.
È una domanda logica. Sono un agente, e questo è un posto di polizia con un’insegna luminosa che indica agli abitanti del villaggio e ai forestieri di passaggio che qui è l’habitat della legge locale. Ma non un obitorio con self-service, né il deposito di cadaveri smarriti, o un immondezzaio pubblico per assassini.
Poiché si tratta di assassinio. Non è una rasoiata accidentale; lo squarcio che attraversa la gola del morto è largo quanto l’ingresso al Mersey Tunnel.
È anche un brutto pasticcio. L’operazione è stata eseguita altrove. C’è del sangue, ma non molto; il davanti della camicia e la giacca sono abbondantemente macchiati. È certamente stato lasciato dissanguare in qualche altro posto.
La teoria e la pratica lo insegnano. Un agente di polizia esperto, ben allenato, sa sempre cosa fare, in tutte le circostanze. Rimane calmo. Non si lascia prendere dal panico. Mantiene sempre il completo controllo di sé.
E io? Ho voglia di vomitare, ma mi riprendo in fretta prima che qualcun altro veda quello che hanno lasciato sulla porta di casa mia.
Intanto cerco di ricordarmi tutte le regole del manuale. Mi ficco le mani in tasca e mi avvicino. Cammino in punta di piedi, e non so perché. A meno che sia per non disturbare il suo dolce sonno.
Do un’occhiata al volto sopra la gola squarciata.

L.

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