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Prima di darlo via schedo questo numero de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca della direzione di Gian Franco Orsi.

L’illustrazione di copertina è firmata, come sempre, da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1266. Trappola n. 6 [Barcello 6] (Trap n. 6, 1972) di Stephen Ransome (Frederick C. Davis) [6 maggio 1973] Traduzione di Antonio Ghirardelli
Inoltre contiene il racconto:
Il prigioniero (The Captive, da “EQMM“, aprile 1973) di Jimmie L. Nelson

La trama:

«Frank aprì la porta piano piano; nell’ufficio non notò niente in disordine. Allora si avviò verso l’interruttore della luce che era sulla parete in fondo. Aveva fatto appena qualche passo, quando quel presagio funesto divenne certezza. Qualcosa lo colpì, con furia selvaggia, alla nuca. Frank alzò istintivamente le braccia per proteggersi, ma non ne ebbe il tempo, perché un secondo colpo, fortissimo, lo prese al polso sinistro, e il terzo dritto sulla testa. Frank cadde lungo disteso, con un tonfo sordo, e rimase immobile.» Il ricatto è sempre una gran brutta cosa. Può compromettere irrimediabilmente l’avvenire di persone che hanno ancora tutta la vita dinanzi, può spingere anche l’uomo più mite e ragionevole a meditare, a commettere un omicidio. Può troncare brillanti carriere, distrugge antiche amicizie. Se ne rende conto amaramente Ross Quarent, Procuratore distrettuale, quando si trova imprigionato entro il circolo chiuso di una indagine che si insinua persino nella sua casa. Ma non sarà questo a fermare Ross Quarent. Il suo principio è «la verità a qualunque prezzo».

L’incipit:

Gulf Boulevard segue le lievi curvature delle spiagge della Florida, e di notte sembra il viale di un luna park, lungo chilometri e chilometri, tutto illuminato dalle multicolori insegne al neon; non meriterebbe nemmeno il nome di viale, perché è un’ordinaria strada asfaltata a due corsie, senza alcuna vista panoramica, chiusa ai due lati da una fila ininterrotta di motel, di vecchi alberghi a due piani, di bettole, di negozi e di ristoranti. Gli automobilisti che la seguono possono intravedere solo raramente qualche scorcio del Golfo del Messico, che si apre subito a ponente di essa.
Il motel Ruby porta il nome della moglie di uno dei vecchi proprietari ed è il più piccolo di quanti ce ne sono nel tratto di strada che attraversa Monterey; è un edificio oblungo, d’un rosso scolorito dal sole, con otto camere disposte in fila, e l’ufficio della direzione, che ha sul retro un appartamento privato.
In quel buco d’ufficio, il proprietario e gestore se ne stava seduto alla scrivania. Frank Streater era un uomo robusto, con un sorriso perenne sul faccione largo; tanto che gli amici lo chiamavano l’albergatore gioviale. Ma gli amici non lo conoscevano bene, perché l’aspetto gioviale, i modi cortesi nascondevano un carattere avaro. E a quell’ora della sera, quando ormai era inutile attendersi altri turisti che venissero a passar lì la notte, Frank non si sentiva e non appariva affatto gioviale. Gli affari non erano andati bene; l’invitante cartello, che diceva “Camere libere”, aveva attirato due coppie soltanto, una di anziani ai quali Frank aveva assegnato la stanza numero tre; l’altra coppia era sui venticinque anni, per la quale aveva scelto maliziosamente la stanza numero sei.
Frank esaminò con aria seria la scheda, sulla quale l’uomo aveva scritto il nome di David Smith e signora, mentre la donna attendeva in macchina, e un indirizzo di Sarasota, e si domandò cinicamente quando mai le coppie in procinto di dedicarsi agli amori illeciti avrebbero smesso di usare il nome banalissimo di Smith, per celare la loro vera identità. Ma quello lì, almeno, aveva avuto un briciolo di fantasia, perché invece del solito John aveva fatto sfoggio di un altro nome.
Presa la scheda, Frank uscì e andò a guardare la targa della Pontiac bianca parcheggiata davanti al numero sei, poi ne scrisse il numero sulla scheda. La polizia voleva il numero di targa delle auto, e invariabilmente gli autisti non lo ricordavano, e invariabilmente Frank rispondeva sorridendo che faceva niente, che l’avrebbe guardato e scritto lui.
Infilata la scheda e la penna nel taschino della camicia bianca, Frank si guardò intorno furtivamente, poi s’awiò verso la porta della stanza numero cinque, pensando che, se fosse arrivata un’altra macchina, ne avrebbe udito il rumore delle gomme sulla ghiaia del parcheggio e sarebbe accorso subito per occuparsi dei nuovi clienti.
Frank aveva fatto cambiare la serratura della stanza numero cinque; la chiave universale, che apriva tutte le altre stanze, non apriva quella serratura; la mattina, quando veniva la negra delle pulizie, Frank le diceva quali camere doveva pulire, ma la numero cinque non era mai fra quelle, perché lui non l’affittava. E la donna, com’è naturale, non s’era mai preoccupata di chiedersi il perché.

L.

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