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Prima di darlo via schedo questo numero de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca della direzione di Alberto Tedeschi.

L’illustrazione di copertina è firmata, come sempre, da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

720. Veleno nel sangue (361, 1962) di Donald E. Westlake [18 novembre 1962] Traduzione di Paola Garini
Inoltre contiene il racconto:
Un mestiere difficile (apparso originariamente come Good Cop su “Argosy”, marzo 1959, ristampato poi come Cop’s Job to Know su “EQMM”, settembre 1962) di Hugh Pentecost

La trama:

Quando Ray Kelly viene congedato, suo padre arriva fino a New York per accoglierlo. L’indomani, ripartono insieme per tornare a casa. Durante il tragitto, Ray dice: «Mi sento bene. Sono felice di essere di nuovo negli Stati Uniti, con mio padre, in abiti civili. Che meraviglia!». Ma a un certo punto, da una Chrysler sbuca improvvisamente una mano armata di pistola, e il padre di Ray sbarra gli occhi, mentre dalla bocca gli schizza fuori il sangue, e si riversa in grembo a suo figlio. Ray resta vivo per miracolo, anche se menomato. Da questo momento, la sua vita ha un solo scopo: prendere l’assassino e ucciderlo. Westlake è un autore che sa il fatto suo: speriamo che «sforni» molti «gialli» come questo.

L’incipit:

Sceso all’Aeroporto di Maguire, mandai un telegramma a mio padre prima che ci facessero salire negli autobus per portarci in caserma, dove rimasi solo due giorni perché la mia ferma scadeva, e io ero libero d’andarmene per i fatti miei: in abiti civili, finalmente.
Ero un vero fallimento: avevo ventitré anni, una gran confusione d’inglese e tedesco in testa, due valigie piene di cianfrusaglie e nessun progetto: promettevo bene!
Mi trovavo nella caserma di aviazione Manhattan Beach, che si trova nel quartiere sud-est di Brooklyn, non lontano da Coney Island e lontanissimo da Manhattan. Uscii dal cancello senza che nessuno mi guardasse due volte, e mi trovai sulla Orientai Avenue; avanti a sinistra, vicino a un campo, c’era un rondò intorno al quale giravano gli autobus. In quel momento, ce n’era fermo uno verde; mi avvicinai, salii e dissi all’autista di farmi scendere a una stazione della metropolitana perché dovevo andare a Manhattan, poi sedetti in un posto laterale, proprio dietro di lui.
Nell’autobus, c’erano altri due avieri verso il fondo, un’infermiera negra e nessun altro. Poco dopo, sali un tale con due valigie, ed evitò di guardarmi. Non l’avevo mai visto prima ma si capiva che era stato appena congedato, come me; per questo, provavamo tutti e due una specie d’imbarazzo ed evitavamo di guardarci in faccia.
Era il pomeriggio di martedì 12 luglio, e faceva molto caldo; veramente, avrebbero dovuto congedarmi il 23, ma in Aviazione non badano a qualche giorno di differenza: basta che coincida il mese.
Fuori, l’asfalto si scioglieva, e vi rimanevano le impronte; lontano, si levavano dei bagliori dalla strada; le cromature delle auto luccicavano per miglia in distanza; il campo, fra il rondò e l’Oceano Atlantico, appariva arido e brullo.

L.

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