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Prima di darlo via schedo questo numero d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Alberto Tedeschi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1242. Pietà per gli ingiusti [Detective senza nome 1] (The Snatch, 1969) di Bill Pronzini [19 novembre 1972] Traduzione di Claudio Lomonaco
Inoltre contiene il racconto:
La cosa sulla spiaggia (The Thing on the Beach, da “EQMM”, luglio 1972) di Florence Mayberry

La trama:

Trecentomila dollari di riscatto per un figlio rapito non sono un’inezia nemmeno per chi possiede la sostanza che si attribuisce a Louis Martinetti. Secondo lo stesso Martinetti, il primo messaggio del rapitore chiede che la consegna del denaro sia effettuata da persona estranea alla famiglia. Così, Martinetti si rivolge a un investigatore privato di San Francisco che gli è stato indicato come il più onesto e discreto. Costui è convinto che Martinetti farebbe bene a collaborare con la polizia, anziché assecondare il kidnapper, ma rispetta la decisione del padre il quale dichiara che preferisce pagare. In fondo, pensa l’investigatore, la missione non presenta problemi particolari. Si tratta soltanto di eseguire le disposizioni che il rapitore darà per telefono. Comincia l’attesa spasmodica alla quale l’investigatore partecipa. Con lui e con Martinetti, sono la bella moglie di quest’ultimo; Dean Proxmire, il premurosissimo segretario; e Allan Channing, un uomo portato solitamente a considerare soltanto l’aspetto pratico delle cose, vecchio amico e socio di Martinetti. L’investigatore, quasi suo malgrado, scopre qualcosa sul conto di ognuno, e non vede l’ora di «cambiare aria», il che dovrebbe essere imminente. La chiamata telefonica arriva. L’investigatore prende il denaro, sale in auto e fila al luogo isolato dove ha l’ordine di deporre il malloppo. Quando sta per andarsene, un grido terribile lo fa ritornare sui suoi passi…

L’incipit:

Tamarack Drive era uno di quegli angoli contornati da querce, olmi ed eucalipti, che avrebbe dovuto dare l’impressione di un viottolo di campagna. Non esistevano marciapiedi; c’erano, invece, due stretti fossati laterali col fondo di mica, un rivolo d’acqua ed argini di terra rossa zeppi di radici.
Erano appena passate le quattro del pomeriggio quando posteggiai la macchina dietro un furgoncino verde con la scritta “Burlingame Landscaping and Gardening Service” verniciata sulla portiera posteriore, a ridosso di una cassetta per la posta che stava in cima a un paletto e aveva la forma di una capanna rustica coi numeri 416, in metallo nero, svettanti sul tetto in miniatura. Seguiva immediatamente un ponticello di legno che scavalcava il fossato e portava al cancello d’ingresso. Il cancello era di legno di sequoia, retto da un telaio di ferro battuto, e pure di sequoia era la palizzata alta due metri che si diramava ai due lati; Riuscivo a vedere il piano superiore della villa: una costruzione in gotico moderno col tetto spiovente, molto arretrata rispetto alla strada.
Era uno di quei giorni d’autunno, caldi e piacevoli, con un po’ di vento appena sufficiente a smuovere le morte foglie rossastre delle querce e degli olmi; una di quelle giornate che fanno pensare al campionato di calcio, a lunghe passeggiate indolenti, a graziose ragazze con vestiti corti e serici capelli ondeggianti. Tenevo il finestrino abbassato, e il vento fresco mi sfiorava la faccia; il profumo aromatico degli eucalipti impregnava l’aria all’intorno.

L.

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