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Tornano le bancarelle ed ecco un vecchio numero de “I Gialli Mondadori“, con l’illustrazione di copertina firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1016. L’ostaggio (The Hostage, 1959) di Henry Farrell [21 luglio 1968] Traduzione di Paolo Morganti
Inoltre contiene il racconto:
La giustizia di Salomone (The Justice of Solomon, da “EQMM”, giugno 1968) di Juan Page

La trama:

Se avete il vizio di rosicchiarvi le unghie quando avete i nervi tesi, mettetevi i guanti prima di cominciare la lettura di questo romanzo. Per dodici ore, in un crescendo angoscioso, seguiamo la vicenda dei genitori di Davey Cleaves – un estroso ragazzino di sette anni – sparito misteriosamente. Un sinistro vagabondo viene ridotto al silenzio per sempre, prima che possa dire ciò che sapeva… una zitella astiosa e bugiarda concorre a lanciare i segugi su una falsa pista… una donna piena di buone intenzioni si lascia sfuggire l’occasione di aiutare il bambino in pericolo. E, intanto, per Davey, trascinato dalla curiosità in un’avventura più grande di lui, si avvicina ad ogni tic-tac dell’orologio, ad ogni battito del cuore un pericolo mortale, poiché egli è nelle grinfie di un assassino spietato, pronto a sacrificare la vita dell’ostaggio per salvare la propria.

L’incipit:

La colazione era ancora davanti a lui: fredda e intatta, una realtà vergognosa che sua madre avrebbe dovuto vedere e toccare con mano. Nonostante il forte senso di colpa che gli rodeva la bocca dello stomaco, lui si rifiutava di portarne un solo boccone alla bocca. «Porcheria», diceva tra sé e sé; infatti il suo rifiuto di mangiare aveva trasformato quel cibo in una porcheria fredda e repellente.
Per anticipare il momento in cui lei si sarebbe girata, e avrebbe notato il suo rifiuto, lui aspirò profondamente, emettendo, poi, un lungo sospiro tremulo. Ma il suono si perse, già all’inizio, tra il rumore dei preparativi del trasloco. Dall’altra parte della stanza, la madre e la signora Primus cominciavano proprio allora a tirar giù i piatti dalla credenza, senza dare segno d’aver udito. Lo sguardo di Davey, passando dall’una all’altra, si fermò alla fine, più che mai sconfortato, sulla schiena ampia della signora Primus. Nessuno si curava di lui.
La signora Primus, che di solito veniva alle nove, quella mattina era arrivata di buon’ora, con quella sua faccia larga e bonaria, tutta rossa per il freddo. Soffiandosi sulle mani, per scaldarle, aveva fatto molti commenti sull’improvviso rigore della stagione. Poi, chinandosi per passare una mano tra i capelli di Davey ancora scompigliati dal sonno, lo aveva baciato. Mentre quelle labbra fredde gli sfioravano la fronte, la madre era apparsa sulla soglia della cucina per dirgli che, quel giorno, lui avrebbe dovuto essere particolarmente gentile con la sua vecchia amica, perché poi non l’avrebbe più rivista tanto spesso.
Sentendo quelle parole, il significato completo di quella giornata gli assalì i sensi, ancora mezzo addormentati, come un’improvvisa doccia fredda. C’erano tante separazioni inevitabili che non aveva previsto, tante lacerazioni improvvise e una specie di atroce sofferenza interiore che non aveva mai sentito prima di allora. Nonostante tutte le spiegazioni della madre e del padre circa la necessità del loro trasferimento in campagna, lui non poteva capire, non riusciva a capire. Loro non si preoccupavano delle sue sensazioni. Sembrava perfino che non le notassero.

L.

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