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Prima di darlo via, schedo questa avventura dell’87° Distretto di Ed McBain, un vecchio numero de “Il Giallo Mondadori“.

L’illustrazione di copertina è firmata dal mitico Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1304. 87° Distretto: l’assassino ha confessato [87° Distretto 13] (Sadie, When She Died, 1972) di Ed McBain [27 gennaio 1974] Traduzione di Andreina Negretti
Inoltre contiene i racconti:
Finita in pezzi (If It’s Got Your Number, da “EQMM”, novembre 1973) di Celia Fremlin
I passi (What Hedgepeth Heard, da “EQMM”, aprile 1972) di James Fitzpatrick

La trama:

Di fronte al cadavere della moglie morta ammazzata, sotto gli occhi della polizia che indaga, un marito può fare tante cose: disperarsi, imprecare, chiudersi in dignitoso e doloroso silenzio, impallidire, bere un whisky, restare impassibile, avere un collasso. Ma che dica: «Sono contento» è quanto meno insolito. A meno che il dolore non l’abbia fatto impazzire, o che non voglia mettersi la corda al collo da solo. Lo pensano anche gli agenti investigativi dell’87° Distretto, e avendolo pensato cominciano a chiedersi il perché di quella frase e, naturalmente, cominciano a sospettare che il marito non abbia detto la verità quando ha dichiarato di aver trovato la moglie già morta. Ma una pioggia di indizi devia i sospetti dei sospettosissimi poliziotti. Dagli indizi si passa alle prove, alle testimonianze, a un nome, e si finisce con la confessione di un giovane tossicomane. Per la polizia il caso è chiuso. Ora tocca alla magistratura. Oppure no? Quelli dell’87° più che segugi sono mastini, e quando addentano qualcosa sono restii a lasciare la presa. Anche con una confessione resa spontaneamente da un criminale dilettante e oltre tutto tanto sprovveduto da aver lasciato dietro di sé una pista che pare un’autostrada. Sporco lavoro quello dei poliziotti: frugare nelle vite altrui. Ma quando è il marito che lo porta a frugare nella vita della moglie, un povero poliziotto che cosa può farci? Prende nota e vede un po’ cosa può cavarne. Kling ne cava un ricovero all’ospedale per frattura alle costole, e l’87° ne esce con una vittoria che ha un cattivo sapore d’amaro.

L’incipit:

L’ispettore Steve Carell non era sicuro di avere sentito esattamente ciò che l’uomo aveva detto. La frase non era quella che ci si aspetta da un marito addolorato, la cui moglie giace accoltellata, immersa nel proprio sangue sul pavimento della camera da letto. L’uomo indossava ancora cappotto, cappello, sciarpa e guanti. Era là, in piedi accanto al tavolino da notte su cui c’era il telefono, alto, la faccia lunga dall’ovale vistosamente tagliato dai baffi grigi ben curati in tinta con le tempie brizzolate. Gli occhi erano limpidi, azzurri, e assolutamente privi di dolore o angoscia. Quasi a rendere ben chiaro a Carell che aveva capito bene, ripeté una parte della sua ultima dichiarazione, con maggior enfasi, questa volta.
— Molto felice che sia morta
— disse.
— Sicuramente — disse Carell — non ho bisogno di dirvi…
— Infatti non ne avete bisogno – disse l’uomo. – Capita che io sia un avvocato. Penalista. Sono perfettamente consapevole dei miei diritti e pienamente conscio del fatto che tutto quanto vi dirò spontaneamente potrà in seguito essere usato contro di me. Ripeto che mia moglie era una bastarda, e io sono felice che qualcuno l’abbia uccisa.
Carell fece segno di aver capito, aprì il taccuino, lo guardò e disse: — Siete stato voi ad avvertire la polizia?
— Sì.
— Quindi vi chiamate Gerald Fletcher?
— Esatto.
— Come si chiamava vostra moglie?
— Sarah. Sarah Fletcher.

L.

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