Tag

,

Prima di darlo via, schedo questo giallo d’annata della collana “Suspese! I libri che scottano” (Longanesi).

La scheda di Uruk:

5. Tu sei una malattia (To Walk the Night, 1937) di William M. Sloane [ottobre 1961] Traduzione di Sem Schlumper

La trama:

Chi è la donna dal passato così misterioso che pochi hanno potuto penetrarlo e a costo della propria vita?

La prefazione:

È nella forma che mi sono dovuto concedere qualche libertà: per il resto, il mio racconto è rimasto quasi rigorosamente fedele alla ricostruzione che ne feci una notte d’estate del 1936 a Long Island col dottor Lister, sulla terrazza di casa sua. Se qua e là, infatti, mi sono dovuto abbandonare a descrivere persone e luoghi, a cercare di far rivivere la particolare atmosfera dell’inusitato che così profondamente caratterizzò il periodo di quegli episodi spesso terrificanti, è stato perché riferendo alla lettera quella lunga conversazione avrei dovuto lasciare di fronte a troppi interrogativi coloro che non conobbero personalmente Selena, Jerry e gli altri della vicenda.
Vicenda che passerà pressoché inosservata, penso, soprattutto per due ragioni : la prima è che il grosso pubblico avrà forse sentito nominare soltanto uno dei protagonisti, mentre il secondo è ormai morto e il terzo gli è sopravvissuto, ma è in uno stato che non saprei definire che «vegetativo»; l’altra è che le prove a sostegno della sua autenticità sono quasi sempre indirette, psicologiche più che circostanziali.
Esitai persino a inviarne le bozze a Alan Parsons che pure si era occupato del «caso» LeNormand fin dall’inizio. Un doveroso riserbo mi vieta di pubblicare la lettera che egli mi scrisse in quella occasione, e mi limiterò quindi a riconoscerle qui il merito di avermi consentito d’essere più preciso su alcuni punti, rivedendo il racconto, e assolutamente esatto in quelli di cui è rimasta traccia nei documenti ufficiali.
Quanto all’interpretazione dell’episodio, essa è soltanto nostra, del dottor Lister e mia, perché Parsons non volle mai pronunciarsi in merito. Dirò soltanto che quando alcune settimane fa volli controllare ancora una volta se avevo copiato bene alcuni brani dei rapporti di polizia, la sua segretaria tolse la pratica da una cartelliera che egli ha fatto contrassegnare dalla dicitura «Risolte», nel suo ufficio di New Zion.
E dubito ancora dell’opportunità di rendere questa storia di pubblico dominio. Del resto, ha esitato a lungo anche il dottor Lister e se ci siamo decisi a farlo è stato soltanto dopo esserci convinti che non si deve mai sopprimere la verità. Non ci attendiamo, con questo, che sia accettata senz’altro per tale. Certi fenomeni non hanno diritto di cittadinanza nella vita d’ogni giorno e dovranno restare «relegati alle notturne sfere dell’esistenza» fino a che la mente umana non sappia riconoscerne la natura oppure, come frutto di fantasia non li esoneri da ulteriori considerazioni.

Berkeley M. Jones
Long Island, 1954

L’incipit:

Iniziava la lunga discesa al promontorio e lo sconquassato tassì abbordò traballando le curve e frenando pesantemente per la china, grattugiò le gomme sulla ghiaia, con un inconfondibile rumore. Non dovevo aprire gli occhi per sapere che ormai ero quasi arrivato a casa. Tra un minuto, col trabiccolo avrei lasciato anche l’ultimo rifugio che aveva cullato la mia inerzia senza pensieri. Sarei riaffiòrato dalla narcosi di un viaggio, duemilacinquecento miglia in tre giorni fra treno e automobili, per tutta la durata del quale mi ero accontentato della sensazione di andare avanti, rimandando la decisione di ciò che mi restava da fare al momento che le ruote, ormai immobili, avrebbero passato irrimediabilmente l’iniziativa a me.
Dal finestrino entrava l’aria, già più fresca, del Sound e quel pungolo mi fece spostare, di malavoglia, a guardar fuori da un angolo del sedile. Ancora cento metri e sarei arrivato. Fra i tronchi, tremolava l’azzurro d’acciaio del mare; fra gli alberi che fiancheggiavano il viale, ammiccavano le lucciole; il tramonto indorava il profilo delle betulle. Ero a casa. E non potendo costringere l’autista a fermarsi, dicendogli che non ero ancora preparato a arrivare, assestai il nodo della cravatta e mi spolverai alla meglio le scarpe.

L.

– Ultimi post di Archeo Edicola: