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Dopo tanto tempo torno a schedare romanzi prima di darli via, per lasciare traccia di edizioni particolari.

Recentemente, per motivi di “studio zinefilo”, ho preso un lotto di libri Longanesi & C. d’annata su eBay, che presenterò qui man mano, soprattutto quelli della mitica collana “I Libri Pocket“.

La scheda di Uruk:

350. Il monaco (The Monk, 1796) di Matthew G. Lewis [20 giugno 1972] Traduzione di Liana M. Johnson

La trama:

Questo libro fantastico, divertente e orripilante urtò profondamente al suo apparire, i tutori ufficiali della morale, tanto che poi rimase lettura clandestina per forse cent’anni e fu definito da Lord Byron: «La quintessenza delle idee di un depravato all’ultimo stadio». In verità si tratta di un capolavoro dove Lewis ha fissato una volta per tutte i principali simboli della letteratura macabra e ne ha chiarito il principale significato, che sta nel sostituire il terrore all’amore come tema centrale della narrazione. Da un lato c’è la vittima, la fanciulla che fugge e che rappresenta la sradicata anima dell’artista, lo spirito dell’uomo che ha perso la sua patria morale; dall’altra c’è il suo persecutore, gli occhi ardenti di furore represso, la mente ossessionata da bestemmie indicibili (antenato di Ahab di Moby Dick, di Heathcliffe di Cime tempestose e di mille altri «divini nemici di Dio»), che viene proposto come un secondo simbolo dell’alienazione, gemello a quello della fanciulla inseguita, carceriere non meno solitario della sua prigioniera.

Leslie Fiedler

L’incipit:

«Somnia, terrores magicos, miracula, sagas,
Nocturnos lemures, portentaque»
Orazio

Sogni, terrori magici, sortilegi di occulte forze,
Streghe e fantasmi che si aggirano nella notte

Capitolo primo

LA campana dell’abbazia non suonava neppure da cinque minuti, che già la chiesa dei cappuccini formicolava di ascoltatori. Non bisogna credere che la folla qui riunita fosse spinta da ragioni di pietà o sete di informazione: questi motivi influenzavano solo pochissimi, e in una città dove la superstizione regna con tanto dispotismo, come a Madrid, la ricerca di una vera devozione riuscirebbe infruttuosa. Gli spettatori che stipavano la chiesa dei cappuccini si erano assembrati per motivi vari e diversi, ma tutti estranei a quello più appariscente. Le donne venivano per mostrarsi, gli uomini per vedere le donne: la curiosità di ascoltare un oratore tanto celebrato spingeva alcuni altri erano venuti non avendo modo migliore di passare il tempo prima dell’inizio dello spettacolo, altri ancora avendo ricevuto assicurazione che sarebbe stato impossibile trovar posti liberi, mentre una metà di Madrid vi era condotta dall’idea di incontrarvi l’altra metà. Gli unici veramente ansiosi di ascoltare il predicatore erano pochi fedeli antiquati e una mezza dozzina di oratori rivali, risoluti a trovar di che biasimare il discorso e volgerlo al ridicolo. Quanto al resto degli ascoltatori, si sarebbe potuto saltare il sermone a piè pari, che sicuramente non avrebbero provato disappunto, né, molto presumibilmente, avvertito l’omissione.
Quale che ne fosse l’occasione, è per lo meno certo che la chiesa dei cappuccini non aveva assistito mai a riunione più numerosa. Ogni angolo era gremito, ogni posto occupato. Fin le statue che ornavano la navata erano state reclutate al servizio divino: fanciulli si erano appesi alle ali dei cherubini; san Francesco e san Marco recavano ognuno uno spettatore sulle spalle e santa Agata si era trovata addirittura costretta a portar doppio carico. La conseguenza fu che, nonostante tutta la loro rapidità e sollecitudine, le nostre due nuove venute, entrando in chiesa, si guardarono attorno invano in cerca di un buon posto.

Versione moderna

Per un confronto, riporto lo stesso incipit ma dall’edizione Newton Compton 2011, con la traduzione di Gianna Tornabuoni.

La campana dell’abbazia suonava da appena cinque minuti, e già la chiesa era gremita d’ascoltatori. Non ci si deve fare l’idea che quella folla si fosse riunita per motivi di pietà o sete d’informazione. Soltanto pochissimi erano influenzati da tali ragioni; e in una città come Madrid, dove la superstizione regna con così dispotica imposizione, sperare di trovare vera devozione sarebbe un tentativo inutile. La gente raccolta nella chiesa dei Cappuccini vi si era riunita per varie ragioni, tutte estranee, però, al motivo manifesto. Le donne erano venute per mettersi in mostra, gli uomini per vedere le donne; alcuni attratti dalla curiosità di sentire un oratore tanto famoso; altri perché non avevano un modo migliore d’impiegare il loro tempo prima del teatro; altri ancora perché era stato loro assicurato che sarebbe stato impossibile trovare posto nella chiesa; e infine, una metà di Madrid vi era accorsa aspettandosi di trovarvi l’altra metà. Le sole persone veramente ansiose di ascoltare il predicatore erano pochi devoti all’antica e una mezza dozzina di oratori rivali, decisi a trovar da ridire e mettere in ridicolo la predica. In quanto al resto dei presenti, il sermone avrebbe anche potuto essere soppresso, sicuramente non ne sarebbero stati delusi, e probabilmente non si sarebbero nemmeno accorti dell’omissione.
Qualunque fosse la circostanza, è per lo meno certo che la chiesa dei Cappuccini non aveva mai visto un’assemblea così numerosa. Ogni angolo era affollato, ogni posto a sedere occupato. Perfino le statue che ornavano le lunghe navate erano state utilizzate a questo scopo. Ragazzi stavano attaccati alle ali dei cherubini; San Francesco e San Marco portavano ciascuno uno spettatore sulle spalle, e Sant’Agata era costretta a sopportarne due. Di conseguenza, nonostante tutta la loro premura, le nostre due nuove venute al loro arrivo in chiesa inutilmente si guardarono intorno per trovare posto.

L.

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