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Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero di “Segretissimo” (Mondadori) dell’èra di Laura Grimaldi.

L’illustrazione di copertina è firmata dal consueto Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

404. Matt Helm: la C.I.A. li fa e poi li accoppia [Matt Helm 13] (The Poisoners, 1971) di Donald Hamilton [26 agosto 1971] Traduzione di Maria Letizia Magini

La trama:

Il suo vero nome è Matt Helm, ma quando è in missione si fa chiamare Eric. È un uomo affascinante, e questo è normale. È anche un uomo pericoloso, e pure questo è normale. Quando, per professione, si fa l’agente segreto, il fascino e la pericolosità sono ferri del mestiere. Ma se l’agente è in gonnella, e ha i capelli rossi, e un corpo di quelli che mozzano il fiato, che cosa succede? Succede che qualcuno può decidere che un’agente così deve sparire dalla faccia della terra. Già, ma perché? La rossa non era in missione, non aveva tra le mani niente di scottante, non era in contatto con nessuno. Così pare, almeno. Ma, evidentemente, la rossa aveva scoperto qualcosa di grosso. Di troppo grosso per lei, ma della misura giusta per Matt Helm. E quando, dopo essere stato all’ospedale per parlare con la sua collega Pel di Carota, Matt si rende conto che deve fare tutto da solo, perché la ragazza non può più dire niente a nessuno, allora si scatena il putiferio. Una volta in movimento, infatti, Matt Helm è come un ciclone, che abbatte, distrugge, travolge tutto quello che si trova davanti. E siccome il numero tredici pare che porti fortuna, e questa è la tredicesima avventura dell’agente Helm, tutto fa supporre che la bella Pel di Carota sarà vendicata, e nel modo giusto.

L’incipit:

Non mi aspettavo di trovare qualcuno all’aeroporto di Los Angeles, e infatti non trovai nessuno. Me ne accertai diligentemente, anche se era improbabile che avessi già attirato l’attenzione di qualcuno. Del resto, nessun amico o nemico poteva aver saputo del mio arrivo, se non altro perché non ce n’era stato il tempo. Stavo svolgendo un’indagine per la quale ero stato scelto all’ultimo momento, e solo perché ero l’unico agente di cui Mac potesse disporre a breve distanza dalla costa occidentale; o almeno il solo che non avesse cose più importanti da fare.
— In ogni modo — mi aveva detto dall’altra parte del filo, da Washington — conoscete la ragazza: l’avete reclutata voi. I dottori non hanno molte speranze che riprenda conoscenza, ma, se riesce a parlare, potrebbe dirvi quello che non confesserebbe mai a uno sconosciuto.
— Confessare? — gli chiesi. — Perché dovrebbe confessare qualcosa?
A un paio di migliaia di chilometri di distanza, Mac esitò. Quando rispose, la voce tradiva una paziente rassegnazione.
— Non lo so. Quello che è certo, è che non correva nessun pericolo. Non era nemmeno in missione! E prima che venisse a lavorare con noi, aveva fatto di tutto per mettersi nei pasticci con il suo carattere impulsivo. Ricorderete che la prima volta siete riuscito a farla collaborare solo ricordandole che la sua alternativa era una prigione messicana. È una testa calda, di pelo rosso: poco prima che partisse in licenza ho dovuto rimproverarla piuttosto severamente. Può aver commesso qualche stupidaggine, o qualcosa di peggio, magari per rappresaglia.
— In altre parole — dissi — pensate che abbia cercato di venderci, ma che l’affare le sia scoppiato tra le mani.
— Non posso escluderlo. – C’era una nota di difesa nella voce. — Voi avete lavorato con lei oltre il confine, nel corso della sua prima missione. Quindi, dovete conoscerla piuttosto bene. Pensate che sia possibile?
Feci una smorfia. Certo che ero arrivato a conoscerla molto bene! Nonostante l’inesperienza, era stata una valida aiutante e una compagna piacevole. La lealtà personale, però, non ha molta importanza nel nostro mestiere, anzi non ne deve avere affatto.

L.

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