Tag

, , ,

Un romanzo d’annata nella mitica collana “I Libri Pocket” (Longanesi).

Dal romanzo è stato tratto il film The Lady in the Morgue (1968) di Otis Garrett.

La scheda di Uruk:

77. La dama della morgue (The Lady in the Morgue, 1935) di Jonathan Latimer [21 febbraio 1967] Traduzione di Camillo Pellizzi

L’incipit della Presentazione:

Jonathan Latimer è nato cinquant’anni fa a Chicago. Famoso a scuola per la sua condotta turbolenta, ma anche per la sua attività sportiva (ha vinto un campionato di golf), Latimer ha girato l’Europa in bicicletta per due estati, ha lavorato dapprima in un ranch come cow-boy poi come cronista del “Chicago Herald” e del “Chicago Tribune” e infine è entrato in Marina. Viene da una famiglia che ha tradizioni storiche illustri: padre e nonno allievi del Knox College e il trisavolo, colonnello Jonathan Latimer, fu al fianco di George Washington durante la rivoluzione americana.
Come altri famosi esponenti del cosiddetto periodo «veramente americano», quali Burnett (Piccolo Cesare, L’uomo di ferro, Sfida infernale, Mi amigo, La vedova incendiaria, Aiuto, Eravamo amici, tutti pubblicati in Italia dalla Longanesi & C.), Ring Lardner (Piove a Cincinnati e 11 Meglio di Lardner,) eccetera, anche Latimer cominciò la sua carriera nel giornalismo sportivo e partecipò negli anni della crisi, assieme a Hammett e Raymond Chandler, alla redazione della rivista “Black Mask”, diretta dal capitano George T. Shaw, che doveva formare e portare poi alla fama di veri e propri narratori un gruppo di giornalisti.
La scrittura spigliata e l’amore per i colpi di scena, che continuarono a ripetersi nella sua produzione, vengono appunto da questa scuola. Jonathan Latimer ha scritto Red Gardenias e Dark Memory, ma La dama della Morgue, che ha ispirato un film famoso nel 1937, rimane il suo capolavoro.

L’incipit:

L’impiegato della morgue alzò di scatto il ricevitore del telefono e cercò di soffocare il campanello che faceva un chiasso fastidioso. «Hellò», disse. Poi, impazientemente: «Hellò! Hellò! Hellò!» Una luce elettrica estenuata, che sfuggiva, come crema Holstein, da una lampada da scrittoio scolastico, col paralume verde, faceva scintillare il sudore sulla sua faccia color giallo-limone. Le sue labbra avevano delle contorsioni contro il microfono. «Volete Daisy? Daisy! Daisy chi?»
Due corrispondenti dei giornali, coi gomiti appoggiati pesantemente alla balaustra di quercia dorata che divideva l’ufficio della
morgue dalla sala (d’aspetto, guardavano fisso il camice bianco dell’impiegato. Avevano delle camicie col colletto aperto; le braccia nude; le cravatte, col nodo allentato, pendevano floscie sul collo; i volti erano madidi per la grande calura. Sul muro, accanto a loro, una pendola col vetro rotto indicava che mancavano diciassette minuti alle tre.
«Ah, volete la signorina Daisy Secca», fece l’impiegato della
morgue. «Davvero? Vi ha detto di telefonarle qui?» Fece l’occhiolino agli altri due. «Bene, non può venire al telefono. È giù con le altre ragazze».
Rigonfiando delle grandi cortine sudicie, le ondate di aria calda della notte entravano di tanto in tanto dalle finestre a occidente, irritavano la faccia dei corrispondenti, facevano male ai polmoni.
L’impiegato della
morgue disse: «Non me ne importa niente che abbiate un appuntamento con lei; non può venire al telefono». Poi, reprimendo una cruda risata, aggiunse: «È lunga distesa».
Il corrispondente dello “Herald and Examiner” si chiamava Herbert Greening; aveva ventidue anni e ancora considerava affascinante il lavoro giornalistico. Era paffuto, e quando rideva gli tremavano le gote che sembravano delle mele purpuree.

L.

– Altri Longanesi dell’epoca: