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Prima di darlo via, schedo questo numero d’anata della collana “Il Giallo Mondadori” dell’epoca di Alberto Tedeschi.

L’illustrazione di copertina è firmata dal consueto Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1195. Doppia identità (Double Identity, 1970) di George Harmon Coxe [26 dicembre 1971] Traduzione di Paola Garini
– Inoltre contiene il racconto:
Il dottore e l’oppiomane (The Physician and the Opium Fiend, da “EQMM”, luglio 1971) di R.L. Stevens (Edward D. Hoch)

La trama:

Dev’essere un trauma, per chiunque, trovarsi a naso a naso con un sosia, con un vero sosia, e provare la sensazione che la « propria » bocca, i «propri» occhi, i «propri» muscoli facciali agiscano, funzionino, azionati da una volontà altrui. Come guardarsi in uno specchio che non rispetta le regole, che rimanda l’immagine a modo suo. Questo è quanto accade ad Alan Carlisle: sull’aereo che lo porta a Surinam, nel Sud-America, dove si occuperà dell’organizzazione di un’aviolinea, s’imbatte in un giovanotto che gli assomiglia in modo incredibile, un vero sosia. Ma questo è niente, in confronto a ciò che accade al momento dello sbarco. Sparito il sosia, Alan si trova praticamente costretto ad assumerne l’identità, prestandosi al facile qui prò quo provocato dalla somiglianza con l’altro. Le intenzioni di un vecchio abbiente che vorrebbe mutare il proprio testamento, sperando, così, di «neutralizzare» un killer, creano invece un groviglio dal quale il povero Carlisle non sa davvero come districarsi, se non buttandosi a capofitto nelle indagini e scoprendo… parecchi altarini. George Harmon Coxe, come disse Erle Stanley Gardner, è uno di quegli autori che fanno sempre «centro», ma questa volta, a nostro avviso, ha superato se stesso.

L’incipit:

Alan Carlisle fu svegliato dalla voce della hostess; gettò un’occhiata dall’oblò e si accorse che il 707 era già in fase di atterraggio.
Al di sotto di pochi cirri sparsi, l’azzurro appena increspato del mar dei Caraibi e le colline e le spiagge immacolate dell’isola di Barbados. All’estremità sud si distingueva la città di Bridgetown, con i mercantili ormeggiati nella rada e due grossi panfili allineati alle banchine. Oltre l’ala dell’aereo si scorgeva un alto edificio che aveva l’aspetto di un albergo appena costruito. Ville e palazzine si susseguivano ininterrottamente lungo la spiaggia. Da questa parte il mare era agitato: le onde coronate di spuma s’inseguivano senza posa per frangersi sulla sabbia candida.
Pochi minuti dopo sorvolavano una vasta pianura. Alan si appoggiò allo schienale preparandosi per l’atterraggio e, poco dopo, il carrello dell’aereo sfiorava la pista.
Le due donne di colore che all’aeroporto Kennedy di New York gli si erano sedute vicino cominciarono a raccogliere borse e bagagli a mano chiacchierando animatamente. Da quanto aveva capito mentre la hostess serviva gli aperitivi, erano due sorelle: una rientrava dalle vacanze, l’altra tornava a casa da Brooklyn, dove lavorava da alcuni anni, per un periodo di riposo.
La classe turistica si stava vuotando rapidamente. Alan pensò che non valesse la pena di scendere per una sosta di mezz’ora o anche meno, dato che viaggiavano con un quarto d’ora di ritardo. Solo quarantacinque minuti di volo lo separavano da Port of Spain, dove si sarebbero fermati un’ora prima di proseguire per Georgetown e Paramaribo… Là avrebbe avuto tutto il tempo di bere un buon whisky, di cui cominciava a sentire un crescente bisogno. Il volo 229 sul quale si era imbarcato era partito alle 9,15 e a quell’ora, di domenica, non aveva trovato un solo bar aperto. Così, prima di poter bere il suo primo Martini aveva la gola secca. Sapeva che in classe turistica si aveva diritto solo a due drink. Il secondo lo chiese doppio, rivolgendo alla hostess, una bella ragazza dai capelli corvini che lo serviva, un sorriso timido e amichevole.

L.

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