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Titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Alberto Tedeschi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1405. Una nube di sospetti (Drowned Rat, 1975) di Elizabeth Ferrars [4 gennaio 1976] Traduzione di Elsa Relitti
– inoltre contiene il saggio:
Chi è Elizabeth Ferrars, intervista di Gian Franco Orsi
– inoltre contiene i racconti:
Il ragazzo che amava la matematica (The Boy Who Liked Arithmetic, ottobre 1975) di Evelyn Harband
Vent’anni dopo (After Twenty Years, da “The New York Sunday World”, 14 febbraio 1904, poi su “EQMM”, dicembre 1969) di O. Henry

La trama:

Come una scena intravista nella notte, all’improvviso, fuggevole, accecante luce di un lampo: il corpo inerte nella piscina, un grande annaspare di robuste braccia per riportarlo a galla. E prima ancora, c’è stato il grido, seguito da un tonfo… Tutto all’improvviso, nel parco, tranquillo e silenzioso fino a quell’attimo. Così, Catherine Gifford, interrogata su ciò che ha udito e visto, si sforza di dare risposte rigorose, ma, in cuor suo, non può giurare che lo siano. Un dubbio, soprattutto, la perseguita: c’era o no una persona nascosta fra gli alberi? È importante, molto, poiché sembra fuor di dubbio che qualcuno ha deciso di eliminare Douglas Cable. Costui è ritornato dall’Australia per prender possesso di una splendida casa che un cugino ha lasciato in eredità a lui, anziché alla propria moglie e alla figliastra che vi abitano. Douglas è, per così dire, inserito nella vita locale, ma altri due australiani sono venuti a stabilirsi sul posto. Coincidenza? Disegno? In una situazione aggrovigliata e densa di contraddizioni, in una nube di sospetti, Catherine si troverà ad agire da catalizzatore, sentendosi responsabile verso varie persone che lei stessa pensa di aver inconsapevolmente coinvolte nell’imbroglio.
«Elizabeth Ferrars è abilissima nel manipolare le vicende umane» scrive H.R.F. Keating sul “Times” «e ha l’arte di psicanalizzare i suoi personaggi in modo convincente, per non parlare dell’astuzia con cui ci tiene “sulla corda” dalla prima all’ultima pagina, in ogni suo romanzo.»

L’incipit:

Un grido, un tuffo, un mulinare di braccia vigorose nell’acqua placida della piscina verso qualcosa che si scorgeva immobile sul fondo, in cui si rifletteva l’ombra dei castagni… accadde tutto così in fretta che in seguito Catherine Gifford non fu mai certa di avere saputo rispondere con perfetta chiarezza alle domande che le rivolsero. Aveva o non aveva visto qualcuno fra gli alberi?
I suoi pensieri vagavano in tutt’altra direzione, in quel momento. Camminava con Andie Manson lungo il sentiero che da casa sua portava a villa Havershaw, diventata da un anno proprietà di Douglas Cable, dove erano invitati per un aperitivo. Andie era passato a prenderla circa mezz’ora prima e le aveva portato un regalino, una delle sue piccole sculture in legno che, una volta tanto, le era piaciuta, assai più di quanto non le piacessero in genere i suoi lavori. Non glielo aveva mai confessato, naturalmente, ma per la maggior parte quegli oggetti non le dicevano proprio niente. Douglas Cable invece asseriva che erano lavori pregevolissimi e, a giudicare dalla bravura con la quale aveva arredato a nuovo la sua villa, si doveva desumere che se ne intendesse. Con tutto ciò, Catherine continuava a giudicare scarsamente attraenti le figurette scarne, angolose e tormentate che ad Andie piacevano tanto: aveva scoperto di recente, nemmeno lei avrebbe saputo dire perché, di | avere una spiccata preferenza per le cose solide, concrete e comprensibili.
Camminava immersa nei propri pensieri. Il fatto che il regalo di quel giorno fosse almeno in parte di suo gusto non l’aiutava affatto a trovare il coraggio di dire ad Andie quel che le pareva doveroso dirgli. Non aveva quasi aperto bocca durante il breve tragitto attraverso i prati di Douglas e nemmeno Andie si era sprecato, ma lui non chiacchierava mai molto, almeno finché non aveva bevuto un paio di bicchieri. Allora diventava loquace, anche troppo, e persino litigioso. Ma quella sera era chiuso, assorto nei propri pensieri, e perfettamente padrone di sé.
Poi, a un tratto, lanciò un grido, balzò in avanti e si tuffò nella piscina nuova di zecca, attraversandola a grandi bracciate ancora prima che Catherine riuscisse a scorgere la forma immobile all’estremità opposta, proprio sotto il trampolino.
A tutta prima non capi che cosa fosse. Poi vide le braccia e le gambe divaricate, verdastre nel riflesso degli alberi che circondavano la piscina; il corpo inerte e abbandonato, nudo salvo nell’esiguo tratto ricoperto dai calzoncini rossi da bagno; i capelli bruni, molli e fluttuanti come alghe intorno alla testa ciondolante. E, a un tratto, benché niente in quel corpo l’avesse aiutata a riconoscerlo, capì che si trattava di Douglas.
Fece di corsa due lati della piscina, e si avvicinò ai gradini verso i quali Andie stava trascinando il corpo, e dove avrebbe avuto bisogno di aiuto per tirarlo fuori dell’acqua.
Catherine afferrò Douglas sotto le ascelle, mentre Andie lo sospingeva dal basso. Le braccia grondanti di Douglas le scivolarono intorno al collo, la sua testa le si posò ciondolante su una spalla, ma quel peso morto era troppo per lei e le braccia grondanti presero a slittare via di nuovo, ripiombando nell’acqua.
— Tienilo! — le gridò Andie, e diede una spinta alle lunghe gambe dell’amico, riuscendo a sollevarne una oltre l’orlo della piscina, sopra le piastrelle che l’incorniciavano.

L.

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