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Un saggio d’annata nella mitica collana “I Libri Pocket” (Longanesi).

In copertina: individuo Dani (sottogruppo Yali, della valle del Baliem). Foto Leigheb.

La scheda di Uruk:

555. Caccia all’uomo (1978) di Maurizio Leigheb [28 luglio 1978]

La trama:

Caccia all’uomo è il racconto di un lungo e avventuroso viaggio solitario compiuto in Sud-America, Medio Oriente e arcipelago indonesiano, allo scopo di documentare la vita e le usanze di popoli poco conosciuti.
L’itinerario si conclude nella Nuova Guinea Occidentale, la parte più selvaggia e primitiva di quell’isola, dove l’autore è riuscito ad avvicinare un gruppo di superstiti cannibali che, pochi mesi prima, avevano massacrato e divorato due missionari protestanti. Con la critica consapevolezza di arrecare egli stesso, in qualche misura, danno materiale e spirituale a popoli primitivi, l’autore riscatta il suo «colpevole» comportamento con un deciso e continuo atto di accusa contro gli abusi e i delitti commessi dagli uomini «altamente civilizzati». L’ambiguità e il doppio significato della narrazione, ricca di vivida e dissacrante fantasia, alternano il crudele paradosso e la grottesca satira di costume all’inquietante favola animistica, così da fornire, al dritto, un diario di viaggio crudamente obiettivo, narrato con nervoso piglio stilistico, e, al rovescio, un cupo e quasi delirante monologo sulla «bestialità» umana.

L’incipit:

ESODO E BESTEMMIE

«Deve avere battuto la testa da piccolo.»
Certi autentici amici molto spiritosi han sempre fornito questa spiegazione delle mie «folli» intemperanze e delle mie fughe in luoghi lontani, sinora ignorati dal turismo intemazionale. Ad ogni mia nuova sortita, al limite tra la temerarietà e l’incoscienza, se ne son detti praticamente certi. Ora io non voglio indagare sulla bontà di questa interpretazione, che certamente affonda le sue radici nella convinzione popolare, ma spesso, al termine delle esperienze di viaggio incriminate, mi son chiesto perché mai avessi agito in quel modo e quali ne fossero le più profonde motivazioni. Senza voler scomodare Freud, il simpatico vecchietto maniaco, credo semplicemente che una delle più plausibili spiegazioni sia banalmente ambientale: mi sono buttato a capofitto nei viaggi, in situazioni piuttosto pericolose, per sfuggire al soffocante grigiore della città in cui sono nato e rabbiosamente cresciuto.
Ho trascorso un’infanzia pacifica, senza correre il rischio di morire di fame; eppure, già da fanciullo, avevo la stessa grinta dei figli dei diseredati, venuti su nella «torbida» periferia; giocavo alla guerra con tutto e con tutti, ero un essere non ben definibile, un moccioso squinternato e pestifero, tra il pericolo pubblico e la gatta morta.
Avevo delle pensate da manuale psichiatrico e tutti dicevano che, con un padre austero e tutto d’un pezzo come il mio, quell’esplosione di cattiveria e di maleducazione era inspiegabile.
All’asilo (scuola materna, suore giuseppine, grande galla azzurra sul grembiulino nero di raso e cestino di vimini) mi perdevo nel mucchio; alle elementari mantenevo una calma sconcertante, tanto che i miei genitori si chiedevano se non fossi un po’ troppo timidino; ma poi, alle medie non mi misero nei banchi dei terroni solo perché ero figlio di un professionista; man mano il mio impatto con l’ambiente scolastico e sociale alternò fasi di livida ribellione qualunquista ad altre di incazzatura totale.
A quei tempi la scuola era, come si sa, un’ammirevole «maestra di vita», e il corpo insegnante aveva una grande competenza psicologica, che si traduceva in disinteressato affetto e in encomiabile comprensione per gli alunni «degeneri». Ero quindi una «pecora nera» o, come usano dire certi vecchi e paffuti commendatori, un contestatore
ante litteram.

L.

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