Tag

, , , ,

Antologia mondadoriana “stagionale” d’annata, all’epoca della direzione di Laura Grimaldi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

Segretissimo presenta Estate Spia 1988 (giugno 1988)
Lo Squalo diventa Tigre [Gli Acquanauti 1] (Cold Blue Death, 1970), traduzioni di Mario Galli e Claudio Lo Monaco
Metti il Tigre nell’Oceano [Gli Acquanauti 2] (Ten Seconds to Zero, 1970) di Ken Stanton
Nelle fauci del Tigre [Gli Acquanauti 3] (Seek, Strike and Destroy, 1971) di Ken Stanton

La trama:

Vuoi passare un’estate diversa? Metti un Tigre nell’Oceano e portati in vacanza l’agente segreto. Lo chiamano Squalo Tigre ed è tutt’uno con il KRAB, un mezzo sub sofisticatissimo che “zampettando” può esplorare il fondale marino. E quando Lo Squalo diventa Tigre gli agenti “vecchia maniera” non reggeranno il confronto con l’acquanauta con licenza di annientare i nemici subacquei. Ai tapini che cadranno Nelle fauci del Tigre sarà riservato un “trattamento” speciale, ben diverso dalle solite armi a raggio laser, dai gas o dai veleni. Certo, il Tigre è un agente molto originale, ma pur sempre animato dalle migliori intenzioni nazionali, donnaiolo e fascinoso, imbattibile e un po’ spaccone. E poi non ti avevo promesso un’estate diversa?

L’incipit de “Lo Squalo diventa Tigre”:

Millicent Bennet sporse la graziosa testa bionda nell’ufficio interno.
— Comandante, c’è l’ammiraglio Coffin sulla linea S.
Il comandante Greene, della Marina degli Stati Uniti, in quel momento in servizio al Comando Tattico, fece un cenno affermativo e allungò la mano verso il telefono rosso.
— Grazie, Millie. Oh… e quel caffè?
— Sta arrivando.
— Bene. — Greene aspettò che la ragazza chiudesse la porta, poi schiacciò il pulsante verde sulla base del telefono. — Buon giorno, signore.
— All’anima del buon giorno. — La voce del vice-ammiraglio Coffin era rauca e irritata. — Guardate fuori dalla finestra, comandante. Forse non lo sapete ancora, ma qui abbiamo una maledetta bufera.
— Sì, signore. — Greene sapeva benissimo che il vice-ammiraglio non l’aveva chiamato per parlargli del tempo. Tra l’altro, Greene sapeva benissimo perché il vice-ammiraglio gli stava telefonando. Con calma, il vecchio sarebbe arrivato al punto.
Ci arrivò subito.
— Oggi pomeriggio c’è una riunione. Stesso posto, stessa ora. Ci sarà anche il nuovo ragazzo. Chiaro?
— Sì, signore.
— Bene. Come sta Evelyn?
Greene gli disse che sua moglie stava bene. Almeno, stava bene un’ora prima, quando l’aveva vista a colazione.
— Bene, bene. E il ragazzo? Bill?
Greene sorrise al telefono.
— Sta bene anche lui, signore. Studia a Cornell. E fa progressi.

L’incipit de “Metti il Tigre nell’Oceano”:

Il Barracuda, sommergibile nucleare armato con missili Polaris, lasciò la base scozzese il 21 giugno 1969. Partì durante la notte, senza fanfare, come si conviene a un fantasma delle profondità marine. Silenzioso e invisibile attraversò il Mare d’Irlanda, doppiò Land’s End, puntò verso il Golfo di Biscaglia, aggirò la penisola iberica, sgusciò davanti a Gibilterra, e proseguì la sua rotta nelle acque del Mediterraneo. Al largo di Malta incrociò, senza essere né visto né sentito, il sommergibile gemello Pike. Il Pike stava tornando in Scozia per la revisione e il periodo di riposo.
Il
Barracuda ascoltò il rumore del traffico di superficie. Le eliche delle navi russe, delle unità da guerra americane e inglesi, e dei mercantili di quasi tutte le nazioni del mondo battevano l’acqua riducendola in schiuma. Il Barracuda li ignorò tutti. Il sonar, il radar, e gli idrofoni cercavano un nemico particolare. Un pesce d’acciaio dalle stesse caratteristiche. Nato in Russia.
Per fortuna non accadde niente. Niente sommergibili russi. Quindi niente incontri, niente inseguimenti e niente premesse per una potenziale Terza guerra mondiale. Fu un viaggio facile, e il capitano Joe Bennett respirò di sollievo quando raggiunse la zona in cui doveva incrociare in perlustrazione, fra Cipro e Porto Said. Da lì, se fosse venuto il momento e se nella sala radio fosse arrivato lordine, il
Barracuda avrebbe potuto lanciare i suoi Polaris sui bersagli industriali della Russia meridionale. Il Barracuda era una piattaforma sommersa che custodiva uno spaventoso potenziale di fuoco e distruzione. Lui, e altri sommergibili identici, erano i principali freni alla distruzione nucleare. Sommergibili Polaris erano adagiati sul fondo di tutti gli oceani, o navigavano in silenzio a grandi profondità, e salvaguardavano la Pax Americana. Erano una spina nel cuore degli uomini del Cremlino. Una spina inamovibile. Troppi oceani, troppe acque profonde, e i Polaris erano furtivi come ladri che agiscono nottetempo. Aspettare, e aspettare. Pronti a colpire immediatamente per rappresaglia.

L’incipit de “Nelle fauci del Tigre”:

Jim e Joyce Aldrich, J e J come li chiamavano i numerosi amici, si erano astenuti dai rapporti prematrimoniali durante il loro breve fidanzamento. Non era stato facile. Jimmer, così lo chiamava la moglie, aveva 27 anni ed era al culmine della potenza sessuale. Joyce, snella e bionda, con gambe da attrice cinematografica e piccoli seni sodi, si era dovuta imporre per tutti e due. Nei mesi in cui si erano frequentati cerano stati parecchi scontri sul divano e Joyce era sempre riuscita ad avere la meglio.
Si sposarono in giugno a Los Angeles e passarono la prima notte di nozze nell’appartamento di Joyce. Quando l’alba spuntò si rimisero il pigiama e riconobbero, Jim con un certo impaccio, che avevano fatto bene ad attendere. Non solo era stato un avvenimento speciale per questi tempi in cui tutto è permesso, ma anche più bello.
A mezzogiorno arrivarono gli amici per salutarli prima che partissero in viaggio di nozze. Ci fu il solito lancio di riso e di scarpe vecchie, e un burlone attaccò una fila di barattoli vuoti alla nuova Pontiac che il padre di Joyce aveva regalato agli sposi. Partirono felici, seguiti da un coro di allegri commenti.
— Divertitevi a Las Vegas. Puntate sempre sul rosso.
— Controlla che abbia sempre con sé il libretto degli assegni, Joyce.
— Vi accorgerete che ci si diverte di più quando si è senza scarpe.
L’ultima frase, di gusto un po’ dubbio, fece aggrottare gli occhi ai presenti. Ma quando si accorsero che a pronunciarla era stato Larry Bennett, ormai brillo, si limitarono a stringersi nelle spalle.
Fu Joyce che suggerì di risalire per la Nazionale 5 fino al Mojave e poi di piegare a nord-est attraversando la parte meridionale della Valle della Morte.
— Non allunghiamo di molto la nostra strada e posso finalmente vedere la Valle della Morte. È un vero peccato, Jimmer, non esserci mai venuti prima, visto che abitiamo tanto vicino. Poi potremmo tornare a sud e prendere la Quindici che porta direttamente a Las Vegas. — Si spostò sul sedile e si rannicchiò contro suo marito.

L.

– Ultimi “Segretissimo” coetanei: