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Prima di darlo via, schedo questo numero d’annata de Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Alberto Tedeschi.

L’illustrazione di copertina, come sempre, è firmata da Carlo Jacono.

Gli archivi di Uruk:

1137. Un soldino per l’impiccato (A Penny for the Guy, 1970) di Jan Roffman (Margaret Summerton) [15 novembre 1970] Traduzione di Maria Basaglia
– Inoltre contiene il racconto:
Meglio al caldo che morire al fresco (Murder in a Locked Box, da “EQMM”, agosto 1969) di Patrick Meadows

La trama:

Chi la conosceva, nella piccola città di Pembridge, la ragazza che viene trovata impiccata a un albero? Di dove mai veniva? Era suo il bambino che, appena giunta a Pembridge, lei ha affidato a gente sconosciuta, per andarsene incontro al suo macabro destino? Questo è il rompicapo che deve risolvere il sergente Ratlin della polizia locale, partendo senza il più piccolo indizio, armato soltanto della propria formidabile memoria. Intanto, Pembridge si prepara a una specie di sagra annuale che deve culminare con l’impiccagione e col rogo di un fantastico pupazzo, sulla piazza principale. Sicché, nella caotica atmosfera della sagra, Ratlin deve destreggiarsi a disseppellire il passato delle persone che potrebbero, anche lontanamente, essere coinvolte nell’incredibile delitto. La soluzione la si avrà con un magistrale colpo di scena, accompagnato dai fuochi pirotecnici della sagra, tra i clamori di una folla in delirio. Un giallo-suspense nella migliore tradizione inglese di un’autrice della quale riparleremo presto.

Ecco l’incipit:

La ragazza col cappottino allacciato al collo da due pompon di visone autentico guardò suo figlio con un senso di frustrazione tanto profondo, da rasentare l’odio. Cinque minuti prima, di ritorno dalla toilette, nel retro del caffè Priory, aveva scaricato il pupo nel passeggino pieghevole, e si era rallegrata che il peggio fosse passato. Ed ecco che le goccioline di sudore che imperlavano la fronte del bimbo e le sue palpebre pesanti, le facevano comprendere che, probabilmente, l’attacco di nausea sarebbe andato avanti per delle ore. Nel frattempo, lui sarebbe stato come una bambola di pezza, uscendo dal limbo soltanto per rigettare l’anima sua. Proprio quel guaio, le doveva capitare: che il bambino stesse male!
Guardò l’orologio: le cinque in punto. Era tempo di mettersi in cammino. Osservò la caligine che pareva addensarsi contro le vetrate appannate del caffè. Là fuori, c’era High Street, il corso che spezzava in due quel mortorio di cittadina. Le istruzioni che lei aveva messo al sicuro nella borsetta di vernice rossa, le ingiungevano di andare fino in fondo alla strada, dove avrebbe trovato una grande piazza, voltare a destra, poi a sinistra… o di nuovo a destra? Be’, niente paura, una volta arrivata in quella piazza avrebbe tirato fuori la lettera per controllare.
Un conato di malaugurio le fece digrignare i denti per reprimere l’impeto di rabbia in cui si mescolava una componente di panico. E se il bimbo ricominciava a vomitare proprio quando lei arrivava a destinazione? Roba da mettersi a urlare… Ma perché se lo era portato appresso? Fino a quella mattina, non le era neanche lontanamente passato per la testa. Poi le era venuta quell’idea: le era sembrata una brillante improvvisazione dell’ultima ora, un modo di sottolineare l’evidenza, l’asso nella manica, nel caso che la controparte avesse tentato in extremis il doppio gioco. Avrebbe dovuto farsi visitare dal medico dei matti, invece!
Si costrinse a guardare quel faccino inebetito dalla sofferenza. Povero piccolo rompiscatole, non era colpa sua! Lei, stupida, avrebbe dovuto avere più giudizio, non dargli una stecca di cioccolato e poi un’aranciata, in quella maledetta automotrice, che lo aveva sballottato di qua e di là come un fantoccio.
Una cameriera, che stava sgombrando il tavolino accanto, vicino al banco dei dolciumi, osservò la ragazza che sprimacciava il cuscino cercando di puntellare un corpicino che sembrava disarticolato.
— Il pupo sta male?
La domanda, detta con tono affabile, fece scaturire dalla mente della ragazza uno di quei lampi di innata scaltrezza che spesso, in passato, l’avevano aiutata a cavarsela in situazioni difficili.
— Non è niente, soltanto un po’ di mal di treno. Ma adesso mi trovo nei pasticci. Ho un appuntamento, capite? Sono già in ritardo, ma non ho il coraggio di portarlo fuori, al freddo, in queste condizioni. Stavo pensando se…
Diede alla voce il tono di trepida supplica della povera creatura derelitta – quasi ancora una bambina lei stessa – sulle cui fragili spalle pesava la responsabilità di un fantolino ammalato.
— Ora non rigetta più. Si rimetterà in sesto benissimo, se sta tranquillo per un po’. Credete che potrei lasciarlo qui per pochi minuti?
La cameriera scosse la testa, dubbiosa.
— A me pare che abbia ancora bisogno di essere sorvegliato.

L.

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