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Prima di darlo via schedo questo numero d’annata de Il Giallo Mondadori“.

L’illustrazione di copertina, come sempre, è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1731. Decisione a Honfleur (The Honfleur Decision, 1980) di Alan Hunter [4 aprile 1982] Traduzione di Paolo Morelli Bassetti
– Inoltre contiene il racconto:
Cosa vuoi che succeda? (Dereliction of Duty, da “EQMM”, gennaio 1982) di Henry T. Parry

La trama:

«La violenza può giungere inattesa, tanto da lasciarti per un po’ solo con lo stupore addosso. Era una sera uggiosa di luglio, il crepuscolo era sceso presto a Honfleur. All’“Admiral’s Bar”, giù al porto, Jules, il proprietario, chiacchierava con il genero, di professione poliziotto, appena smontato di turno e pigramente appoggiato al banco con una birra davanti… Una spaventevole figura fece ingresso nel bar con passo altero, gocciolando e colando fango, acqua e alghe. Si avvicinò al banco, lasciando dietro di sé tracce da mostro marino e disse in un francese stentato: “Un doppio brandy… Qualcuno mi ha spinto in acqua, al porto… Sono il sovrintendente capo Gently dell’Ufficio Centrale di New Scotland Yard… È entrato qualcuno negli ultimi dieci minuti?…”. Tutte le teste si girarono verso la panca vicino alla porta. E lì era ancora seduto il cliente con gli occhiali e la camicia a fiori. Teneva in mano una pistola. Echeggiarono tre colpi…» Così comincia una nuova inchiesta di Gently. Chi ha sbagliato: il sovrintendente capo inglese a scegliersi Honfleur come luogo di vacanza o il terrorista tedesco bruno a scegliere Honfleur come luogo di delitto?

L’incipit:

La violenza può giungere inattesa, tanto da lasciarti per un po’ solo con lo stupore addosso.
Era una sera uggiosa di luglio, la vigilia dell’apertura della Fiera dell’antiquariato. Il crepuscolo era sceso presto a Honfleur, mezz’ora prima che venissero accese le luci nelle strade. All’«Admiral’s Bar», giù al porto, Jules, il proprietario, chiacchierava col genero, di professione poliziotto, il quale era appena smontato di turno e se ne stava pigramente appoggiato al banco, con una birra davanti a sé. L’unica luce accesa era quella sopra il banco, tanto che il resto del locale era quasi immerso nel buio; c’erano però altri quattro clienti, seduti al tavolo più vicino alla luce: erano Auguste, l’algerino, e i suoi amici, che andavano al bar ogni sera per giocare a carte. Giocavano quasi in silenzio, ognuno col proprio bicchiere davanti, e Auguste masticava un sigaro spento.
Una scena di pace e di gradevole ozio: si sentiva solo il rumore delle carte e il brusio della conversazione.
Il genero di Jules si lamentava dei turni straordinari che gli erano stati affidati a causa della Fiera. Quando un cliente occasionale entrò a ordinare un’anisette, non si curò neppure di dare un’occhiata e Jules, quasi seccato, riempì il bicchiere.
— Quant’è?
— Tre franchi.
L’intruso era uno di quei tipi che Jules conosceva bene: camicia fantasia, pantaloni stretti, occhiali alla moda; se ne vedono dappertutto. Questo aveva i capelli lunghi fino alle spalle e doveva essere sulla trentina. Dopo aver pagato si mise in tasca il resto, si allontanò dal banco e andò a sedersi su una panca vicino alla porta.
— E così, di questo passo, sarai di turno tutte le notti… — continuò Jules.
— E per mia fortuna, direi. Gli altri hanno turni spezzettati, ma le cose funzionano in modo che uno di noi…
Nel contempo Auguste, con distacco, alzava il piatto di dieci franchi.
Fuori, il solito gruppo di pescatori aveva giocato a bocce fino a mezz’ora prima sulla stradina sabbiosa che costeggia i giardini pubblici. Poi erano entrati al bar per un bicchierino veloce a spese dei perdenti, prima di andare a schiacciare una dormitina ed essere poi pronti a uscire con l’alta marea.
Dopo era passata solo qualche macchina e un caravan che cercava il campeggio; le cose, invece, erano senza dubbio molto movimentate un po’ più in là, ai giardini, nel padiglione appena costruito: commercianti di Parigi e di svariati altri posti preparavano le cose per l’inaugurazione; dall’entrata dell’«Admiral’s Bar» si scorgeva il riflesso ambrato del tetto del padiglione.
Quell’edificio era così poco sicuro… la bestia nera dei poliziotti: il genero di Jules non sarebbe stato l’unico a passare le notti in piedi a fare la guardia.
— Vedo.
Il piccolo Dubourg ne aveva abbastanza dei modi di Auguste. Con ansia, osservò l’astuto ex-soldato coloniale stendere le carte una alla volta.
— Diavolo! L’ha fatto un’altra volta.
— Amico, io ho giocato a poker col generale Giraud…
— 11 vincitore paga un giro.
— E perché no? Dal momento che pago con i vostri soldi!
Il momento di allegria di Auguste fu però interrotto in maniera estremamente sorprendente. Una spaventevole figura era entrata al bar con passo altero, gocciolando e colando fango, acqua e alghe. Lentamente si avvicinò al banco lasciando dietro di sé delle tracce da mostro marino, si sedette su uno sgabello e ordinò in un francese stentato:
— Un brandy.
Jules era rimasto a bocca aperta. Tutti erano rimasti a bocca aperta, persino il flemmatico genero. Era come se fosse sbucato dal nulla il Vecchio del Mare in persona. In più, il suo accento era così spiccatamente inglese che Jules, allibito, gli balbettò l’unica frase che si era preparato per i clienti inglesi: — E allora come vanno le cose, tutto bene?
Il figuro dalla faccia di fango lo scrutò e disse: — Non preoccupatevi. Io parlo francese. Datemi solo un doppio brandy.
— Ma, signore, che cosa è successo?
— Qualcuno mi ha spinto in acqua, al porto.
— In acqua?
— È quel che vi ho detto. E adesso sbrigatevi, perdio!
Jules riempì in fretta un bicchiere e l’inglese bevve. Era un uomo di mezza età, di corporatura grossa, tanto che la giacca gli tirava sulle spalle. Aveva l’aria autorevole, di uomo capace di tenere in pugno la situazione. Per quello che si poteva giudicare, il vestito era di buona qualità e le scarpe fradice erano probabilmente fatte a mano.
— Signore, io sono un poliziotto.
Il genero di Jules si chiamava Bocasse. Era un uomo pallido in viso, che si piccava di rimanere impassibile in ogni frangente. Gli altri avevano meno inibizioni; dimentichi delle carte, si erano avvicinati: il rude Auguste, il suo amico Albert, meccanico al garage, e il piccolo Dubourg. Auguste, le cui avventure di guerra erano leggendarie, guardava affascinato l’inglese.
— Chi è il responsabile, signore? — chiese Bocasse.
— Come diavolo faccio a saperlo? Ero appoggiato al parapetto a pensare ai fatti miei quando qualcuno mi ha preso per le gambe e mi ha spinto in acqua.
— Così…
— È un salto di sei metri. Mi pare che quell’individuo abbia mormorato: «Nuota, bastardo!». E poi mi sono ritrovato gambe all’aria, per finire con un tuffo che quasi mi soffocava.
— E poi?
— Ho nuotato, ovviamente. Lungo la riva. Finché ho trovato dei pioli.
— E non avete visto chi vi ha spinto?
— Come potevo? Quando sono risalito non c’era più nessuno.
— Dov’è successo?
— Appena attraversata la strada. A cinquanta metri dai cancelli dei giardini pubblici.

L.

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