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Il consueto Mauro Boncompagni, colonna portante de “Il Giallo Mondadori”, presenta questo luglio la sua nuova opera di raccolta: il numero 82 de “Gli Speciali del Giallo Mondadori”, dal titolo Agli albori del Giallo.

La scheda di Uruk:

82. Agli albori del Giallo, a cura di Mauro Boncompagni [luglio 2017] Euro 6,90
Introduzione, di Mauro Boncompagni
I trentanove scalini [Richard Hannay] (The Thirty-Nine Steps, da “All-Story Weekly”, 5 giugno 1915) di John Buchan – Traduzione di Lia Volpatti
• TRAMA: Al ritorno dalla Rhodesia in Inghilterra, l’ingegnere minerario Richard Hannay si ritrova accusato di un omicidio che non ha commesso. La vittima è un americano in possesso di informazioni su un complotto per uccidere il primo ministro greco. Braccato dalla polizia e dai cospiratori, dovrà risolvere il mistero per salvarsi la vita.
Il cappello del prete (1887) di Emilio De Marchi
• TRAMA: Il barone Carlo Coriolano di Santafusca ha un debito che non è in grado di saldare. Don Cirillo è un religioso che, a dispetto della vocazione, ha messo insieme molti denari. Quale rimedio migliore, per il nobile decaduto, che togliere di mezzo il prete e impadronirsi dei suoi averi? Un delitto perfetto, se non fosse per la sparizione di un certo cappello.
I delitti della rue Morgue [C. Auguste Dupin] (The Murders in the Rue Morgue, da “Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine”, aprile 1841) di Edgar Allan Poe – Traduzione di Delfino Cinelli
• TRAMA: Al quarto piano di una casa a Parigi vengono rinvenuti i cadaveri di due donne, brutalmente assassinate. Porte chiuse a chiave, passaggi troppo stretti per un essere umano, eppure nessuna traccia del colpevole. Di fronte a un caso che appare senza soluzione, la parola a C. Auguste Dupin, pioniere della scienza investigativa.

L’incipit dell’Introduzione:

Agli albori del giallo, si potrebbe dire, c’è l’uomo, visto che il crimine è stato un elemento di riflessione letteraria almeno a partire dalla Bibbia. Dorothy L. Sayers, che del genere poliziesco si intendeva a meraviglia, nella sua introduzione a Great Short Stories of Detection, Mystery and Horror (1928, a tutt’oggi uno dei saggi più incisivi e penetranti mai scritti sulle origini del poliziesco), cita esempi tratti dai Vangeli apocrifi, da Erodoto e dall’Eneide. E in effetti, siccome i problemi del mistero e della colpa, dell’enigma e dello svelamento, della libertà e del destino sono tra i più profondi dell’essere umano, è difficile pensare che i testi religiosi e le opere di quei grandi maestri dell’intelletto che sono stati gli antichi potessero non includerli nelle loro riflessioni.

L’incipit de “I trentanove scalini”:

Tornai dalla City verso le tre di quel pomeriggio di maggio completamente disgustato dalla vita. Da tre mesi ero nella vecchia Inghilterra e già non ne potevo più. Se un anno prima qualcuno mi avesse detto che mi sarei trovato in quello stato d’animo, gli avrei riso in faccia; ma ora questa era la realtà. Il tempo mi rendeva bilioso, la parlata dell’inglese medio mi faceva sentir male, non sarei mai riuscito ad abituarmi, e i divertimenti che mi offriva Londra erano insipidi come l’acqua di selz dopo che è stata esposta al sole. “Richard Hannay” continuavo a ripetermi “sei finito nel posto sbagliato, amico mio, faresti meglio ad andartene.”
Mi morsicai le labbra dal disappunto a pensare ai piani che avevo fatto durante gli ultimi anni a Buluwayo. Mi ero messo da parte un gruzzoletto, non eccessivamente grosso, ma sufficiente per me, e avevo pregustato tutti i divertimenti possibili. Mio padre mi aveva portato fuori dalla Scozia quando avevo sei anni e da allora non ero più tornato in patria. Per cui l’Inghilterra per me aveva avuto il fascino da Mille e una notte e avevo deciso di passare lì il resto della mia vita.

L’incipit di “Il cappello del prete”:

Il barone Carlo Coriolano di Santafusca non credeva in Dio e meno ancora credeva nel diavolo; e, per quanto buon napoletano, nemmeno nelle streghe e nella iettatura.
A vent’anni voleva farsi frate, ma imbattutosi in un dotto scienziato francese, un certo dottor Panterre, perseguitato dal governo di Napoleone III per la sua propaganda materialistica ed anarchica, colla fantasia rapida e violenta propria dei meridionali, si innamorò delle dottrine del bizzarro cospiratore, che aveva anche una testa curiosa, tutta osso, con due occhiacci di falco, insomma un terribile fascinatore.
Per qualche anno il barone, detto “u barone”, lesse dei libri e prese la scienza sul serio: ma non sarebbe stato lui, se avesse per amore della scienza rinunciato alle belle donne, al giuoco, al buon vino del Vesuvio, e ai cari amici. Il libertino prese la mano sul frate e sul nichilista, e dalla fusione di questi tre uomini uscì “u barone” unico nel suo genere, gran giuocatore, gran fumatore, gran bestemmiatore in faccia all’eterno. Nulla, e nello stesso tempo amabile camerata, idolo delle donne, coraggioso come un negro, e a certe lune fantastico come un bramino.

L’incipit di “I delitti della rue Morgue”:

Le facoltà mentali che si sogliono chiamare analitiche sono, di per se stesse, poco suscettibili di analisi. Le conosciamo soltanto negli effetti. Fra l’altro sappiamo che, per chi le possiede al più alto grado, sono sorgente del più vivo godimento. Come l’uomo forte gode della sua potenza fisica e si compiace degli esercizi che mettono in azione i suoi muscoli, così l’analista si gloria di quella attività spirituale che serve a “risolvere”. E trova piacere anche nelle occupazioni più comuni purché diano gioco al suo talento. Così gli piacciono gli enigmi, i rebus, i geroglifici; e nelle soluzioni dimostra un acume che al discernimento volgare appare soprannaturale. E i risultati, abilmente dedotti dalla stessa essenza e anima del suo metodo, hanno veramente tutta l’aria dell’intuito.

L.

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