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Titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Oreste del Buono.

Prima edizione di un romanzo che in seguito “La Memoria” (Sellerio) ha ristampato con un’altra traduzione: ecco le due edizioni a confronto.

L’illustrazione di copertina della Mondadori è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk dell’edizione Mondadori:

1652. Aristotele detective (Aristotle Detective, 1978) di Margaret Doody [28 settembre 1980] Traduzione di Maria Luisa Rizzati
Inoltre contiene il racconto:
Il killer scrupoloso (Message from a Dead Man, da “EQMM“, luglio 1978) di Robert Cittadino

La scheda di Uruk dell’edizione Sellerio:

442. Aristotele detective (Aristotle Detective, 1978) di Margaret Doody [1999] Traduzione di Rosalia Coci
– Nota di Emanuele Ronchetti
– Postfazione di Beppe Benvenuto

La trama Mondadori:

Insolita e stimolante, questa recentissima «detective story» ha uno sfondo remoto, nientemeno che l’Atene del tempo di Aristotele. Protagonisti della vicenda Stefanos, giovane patrizio, e Filemone suo cugino, simpatico scavezzacollo accusato del brutale assassinio del ricco e potente Boutades. Convinto dell’innocenza di Filemone, Stefanos se ne assume la difesa e al tempo stesso svolge indagini per scoprire il vero colpevole. In questa impresa, tutt’altro che facile e scevra di pericoli, gli è di grande aiuto e conforto il suo ex maestro, Aristotele, il quale rivela un acume poliziesco che richiama alla mente Hercule Poirot per il rigore della deduzione e Philo Vance per il sottile gusto estetico. Dopo varie peripezie, in cui da ultimo è coinvolto personalmente anche il filosofo – mentre nella prima parte agisce un po’ come Nero Wolfe, lasciando a Stefanos il ruolo di Archie Goodwin – la clamorosa seduta finale del processo vede smascherato il vero colpevole e dichiarata l’innocenza di Filemone. Il libro è di piacevolissima lettura, anche perché Margaret Doody, versatissima negli studi sulla grecità, non concede nulla al gusto deteriore di certe ricostruzioni romanzate. Inoltre la sua presentazione d’Aristotele non ha nulla di dissacrante. Il filosofo è persuasivo, attraente e indimenticabile; come l’intreccio giallo che qui lo vede non solo filosofo ma anche detective.

La trama Sellerio:

Senza Aristotele niente Sherlock Holmes. È questa, verosimilmente, l’idea alla base di questo giallo investigativo. Il metodo del tipo di detective alla Sherlock Holmes – di enumerare indizi, trarne ipotesi, dedurne nuovi particolari, sino alla spiegazione del delitto e la scoperta conseguente del colpevole – non sarebbe stato possibile se non applicando il metodo dimostrativo della logica aristotelica al crimine. Stefanos, un simpatico giovanetto dell’Atene del IV secolo, dunque, guidato dallo Stagirita che non si muove di casa come Nero Wolfe, indaga sull’assassinio di un ricco oligarca, di cui è accusato ingiustamente il cugino, esule per un precedente errore. Al primo omicidio, ne segue un secondo, e tra colpi di scena, travestimenti, testimonianze reperite avventurosamente, Aristotele alla fine scioglie l’enigma e consente al giovane di smascherare il vero assassino. Ma Aristotele detective è qualcosa di più dello stratagemma curioso per un giallo giudiziario e dimostrativo di taglio classico e denso intreccio. È una specie di esperimento. La scrittrice, Margaret Doody, studiosa di letteratura comparata in una università americana, e convinta di una certa ipotesi sulla nascita del genere romanzesco, vi ha voluto provare l’adattabilità del mondo della Grecia antica (ricostruito con fedeltà filologica e storica) alle emozioni, alle psicologie, alle peripezie del romanzo moderno.

L’incipit Mondadori:

Ascoltami, o musa Clio, e dammi aiuto nella stesura di questa storia. I fatti che riferisco sono veri. Io, Stefanos, figlio di Nichiarco, cittadino d’Atene, intendo esporre qui le strane e terribili avventure che mi capitarono nel primo anno della 112ª Olimpiade. Si vedrà così come un uomo della mia casa fu calunniato, come fu riconosciuto innocente, e come un malvagio fu consegnato alla giustizia, per opera degli Dei onnipotenti. Inoltre, potrò così celebrare la sapienza del mio consigliere, Aristotele, che io proclamo, a dispetto di tutti i detrattori, uno degli uomini migliori ed uno dei più grandi filosofi del nostro tempo.

Fu nel mese di Boedromio, al calare della terza luna dopo il solstizio d’estate, che si compì il misfatto che doveva avere così lunghe e complicate conseguenze. Il giorno prima avevo avuto già abbastanza grattacapi. Ero molto preoccupato per la mia situazione. Mio padre Nichiarco era morto in primavera, ed io, giovane di ventidue anni, ero rimasto a capo della famiglia, con una madre e un fratello minore a cui provvedere, oltre alla schiera dei domestici e degli schiavi. Mia madre non aveva fratelli, e il fratello di mio padre era morto; cosi l’andamento di casa dipendeva interamente da me. Con il cuore ancora dolente per la perdita d’un genitore molto amato, dovevo seguire i discorsi dei fattori sulle pecore, il burro e le olive. Invece di studiare al Liceo e seguire la conversazione dei filosofi, mi toccava verificare i conti in mezze al chiacchierio delle donne nel cortile. La mia casa manteneva ogni sorta di bisognosi, poiché mia madre è una donna di buon cuore, e molto ospitale. Io stesso non desideravo mostrarmi duro verso i parenti in cerca d’aiuto. Ero sempre disposto a ricevere la vedova del fratello di mio padre, la povera zia Eudossia. La chiamavano tutti così, “la povera Eudossia”, non per motivi di povertà, ma perché era sempre sofferente e aveva una grave preoccupazione. Era ammalata in verità, benché non si lamentasse come fanno le donne, sempre pronte a sospirare che qualcosa non funziona come dovrebbe; e tuttavia non si riusciva a convincerla a venire a stare con noi; ma insisteva a rimanere nella sua casetta alla periferia d’Atene. Mi era venuto in mente che forse temeva che potessi prenderle la sua proprietà per mio uso, se avesse abbandonato la residenza. Un timore ingiustificato, visto che le leggi degli dei e degli uomini proibiscono una simile perfidia, e io sapevo bene quanto lei che la proprietà apparteneva al suo unico figlio, Filemone.

L’incipit Sellerio:

Ascoltami, o musa Clio, e aiutami nella stesura di questa storia. I fatti che riferisco sono veri. Io, Stefanos, figlio di Nichiarco, cittadino d’Atene, intendo esporre qui le strane e terribili avventure che mi capitarono nel primo anno della 112ª Olimpiade. Si vedrà così come un uomo della mia casa fu calunniato, come fu riconosciuto innocente, e come un malvagio fu consegnato alla giustizia, per opera degli Dei onnipotenti. Inoltre, potrò così celebrare la sapienza del mio consigliere, Aristotele, che io proclamo, a dispetto di tutti i detrattori, uno degli uomini migliori ed uno dei più grandi filosofi del nostro tempo.

Fu nel mese di Boedromione, al calare della terza luna dopo il solstizio d’estate, che si compì il terribile misfatto che doveva avere così lunghe e complicate conseguenze. Il giorno prima aveva avuto già abbastanza grattacapi. Ma è meglio tacere una simile inezia, ché gli dei potrebbero udirla e riderne. Ero molto preoccupato per la mia situazione. Mio padre Nichiarco era morto in primavera, ed io, giovane di ventidue anni, ero rimasto a capo della famiglia, con una madre e un fratello minore a cui provvedere, oltre alla schiera dei domestici e degli schiavi. Mia madre non aveva fratelli, e il fratello di mio padre era morto; così l’andamento di casa dipendeva interamente da me. Con il cuore ancora dolente per la perdita d’un genitore molto amato, dovevo seguire i discorsi dei fattori sulle pecore, il burro e le olive. Invece di studiare al Liceo e seguire la conversazione dei filosofi, mi toccava verificare i conti in mezzo al chiacchierio delle donne nel cortile. La mia casa manteneva ogni sorta di bisognosi: gracili vecchiette avvolte in scialli ricevevano in dono pappine d’avena, mentre i loro aitanti schiavi se ne andavano carichi di focacce e olive. Mia madre è una donna di buon cuore e molto ospitale. Ma è più saggio non incoraggiare un eccessivo spreco di olive, vino, focacce e pappine d’avena in gente che non ricambia la generosità, come scoprì Telemaco a Itaca. Tuttavia io non desideravo mostrarmi duro verso i parenti in cerca d’aiuto. Ero sempre disposto a ricevere la vedova del fratello di mio padre, la povera zia Eudossia. La chiamavano tutti così, «la povera Eudossia», non per la sua povertà, ma perché era sempre sofferente e aveva una grave preoccupazione. Era ammalata in verità, benché non si lamentasse come fanno le donne, sempre pronte a lagnarsi di qualche organo che non funziona come dovrebbe; e tuttavia non si riusciva a convincerla a venire a stare con noi; insisteva a tornare nella sua casetta alla periferia d’Atene. Mi era venuto in mente che forse temeva che potessi prenderle la sua proprietà per mio uso, se avesse abbandonato la residenza. Un timore ingiustificato, visto che le leggi degli dei e degli uomini proibiscono una simile perfidia, e io sapevo bene quanto lei che la proprietà apparteneva al suo unico figlio, Filemone.

L’autrice:

Margaret Doody, 41 anni. Una vita dedicata agli studi classici e alla carriera universitaria. Una vita vissuta nel rimpianto del mare della sua infanzia. Nel 1968 assume l’incarico di Lecturer all’Università di Swansea, nel Galles. Si compra una casa a Mumbles, un vecchio villaggio di pescatori e vive fino al 1976, immersa nel profumo di salmastro, in un mondo che sembra essersi fermato e fa risorgere miti e tradizioni. Qui infatti comincia a scrivere Aristotele Detective. Ma impegni professionali la portano in California. Vende, non senza dolore, la casetta in riva al mare, e se ne compra un’altra ad Albany, circondata da un vasto giardino nel quale pianta aranci, limoni, peri e bouganvillee. «Sono una giardiniera inefficiente, forsennata e appassionata» dice di sé. «Ma non riesco a essere felice senza un pezzettino di terra da scavare.»
Le sue letture preferite sono naturalmente la storia e la letteratura antica, e dice che se dovesse scrivere un romanzo storico ambientato in Italia sceglierebbe quel complicato, mutevole e torbido periodo del tardo romano impero.
Margaret Doody non è sposata «non per scelta» afferma «ma perché così è andata». Ha tre nipoti che adora. Ama molto nuotare e pattinare sul ghiaccio. Presto dovrà lasciare anche la California e dovrà trasferirsi a Princeton, presso la cui università occuperà la cattedra di Inglese.

L.

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