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Mauro Boncompagni, colonna portante del Giallo Mondadori, presenta questo settembre la sua nuova opera di raccolta: tre capolavori di analisi del crimine.

La scheda di Uruk:

91. Investigatori col monocolo, a cura di Mauro Boncompagni [settembre 2019] Euro 6,90
Introduzione, di Mauro Boncompagni
Il silenzio delle ombre [Ispettore French 10] (The Hog’s Back Mystery, o The Strange Case of Dr. Earle, 1933), di Freeman Wills Crofts – Traduzione di Igor Longo
• TRAMA: In un villaggio del Surrey le persone cominciano a sparire misteriosamente. Se in principio sussiste la possibilità che si tratti di sparizioni volontarie, ben presto appare chiaro come il fenomeno debba ricondursi a una matrice delittuosa. Ma, in assenza di cadaveri, per l’ispettore French di Scotland Yard sarà una vera impresa riuscire a dimostrare la sua teoria.
Il cratere del diavolo [Sir Clinton Driffield Mystery 16] (Jack-in-the-Box, 1944), di J.J. Connington (pseudonimo di Alfred Walter Stewart) – Traduzione di Marilena Caselli
• TRAMA: Un tesoro vichingo viene alla luce durante uno scavo archeologico nella campagna inglese. Secondo una diceria, chiunque oserà metterci le mani sopra sarà colpito da una maledizione. E quando la morte inizia a mietere vittime, anche i più scettici provano un brivido irrazionale. Niente che possa far vacillare sir Clinton Driffield, irremovibile nella sua convinzione che l’omicidio abbia sempre origini decisamente terrene.
Il caso Burnaby [Dottor John Thorndyke] (Rex vs Burnaby, da “Flynn’s”, 27 dicembre 1924), di R. Austin Freeman – Traduzione di Mauro Boncompagni
• TRAMA: Un uomo sposato con una donna attraente e molto più giovane di lui manifesta i sintomi di un avvelenamento da atropina. Si fa strada un atroce sospetto, e tuttavia sembra impossibile risalire alla provenienza della sostanza tossica. Pane per i denti del dottor Thorndyke, con la sua ineguagliata capacità di arrivare a una soluzione sondando, più che l’animo umano, semplicemente la natura delle cose.

L’incipit dell’Introduzione:

Investigatori col monocolo? Be’, bisogna intendersi. Se pensiamo al monocolo dei detective aristocratici o dai modi aristocratici (come lord Peter Wimsey, tanto per citare un nome, o Philo Vance), il campo sarebbe alquanto ristretto. Ma se il monocolo indica, oltre che un vezzo o una stravaganza nel comportamento, anche la capacità di guardare a fondo nelle cose, di concentrarsi sugli aspetti più nascosti di una vicenda, allora diventa automaticamente uno strumento di analisi, un tramite metaforico tra lo sguardo del detective e la sua capacità di arrivare al cuore di un problema. Questo monocolo come allegoria della sagacia investigativa è quello che in fondo, volenti o nolenti, hanno sfoggiato un po’ tutti i grandi detective della Golden Age, a cui questo Speciale è giustamente dedicato. Perché loro avevano la capacità di soffermarsi sugli indizi anche meno evidenti, sui particolari addirittura minimi della vicenda, per costruire un quadro d’insieme coerente e arrivare vittoriosi allo scioglimento della matassa.

L’incipit de “Il silenzio delle ombre”:

— Ursula, come sono contenta di vederti!
Julia Earle avanzò verso lo sportello del treno per salutare la donna alta ed elegante che era appena scesa nella stazioncina di Ash, nel Surrey.
— Julia, sono davvero molto felice.
Si baciarono con affetto, poi Ursula Stone si rivolse all’altra donna che era venuta ad accoglierla alla stazione.
— E Marjorie, mio Dio, Maijorie! — Le due donne si baciarono, e Ursula continuò: — Lasciami ricordare quando ti ho vista l’ultima volta. Dev’essere stato a Bolsover, ma ormai sono passati anni.
— Non pensarci, non sei affatto cambiata, Ursula, e ti avrei immediatamente riconosciuta.
— Anche tu sei sempre meravigliosamente la stessa. Come ti vanno le cose, Julia?
Ursula dovette occuparsi per un momento del facchino che stava portando le sue due valigie alla macchina dell’amica.

L’incipit de “Il cratere del diavolo”:

— Ambledown deve aver subito parecchi danni nel raid della settimana scorsa — disse sir Clinton guardando le rovine tutt’intorno mentre lauto avanzava per le strade del paese. — Trentasette morti, vero?
— Ormai sono saliti a quarantatré. Sei sono morti in ospedale in seguito alle ferite — puntualizzò Wendover. — Sono parecchi per una tranquilla località di campagna. E il brutto è quando qualcuna delle vittime la si conosceva — aggiunse.
— Hanno provocato un bel po’ di danni, per essere solo una decina di aerei — commentò il capo della polizia. — Ma non hanno centrato la fabbrica di magneti, vero?
— No — rispose Wendover. — Hanno cercato di colpirla, ma hanno fallito il bersaglio. La bomba più grossa è caduta a chilometri di distanza dalla città. Vedrai i risultati. È finita vicino a quel sito romano in cui Deverell e i suoi colleghi stanno facendo degli scavi. Magari fossero cadute tutte lì, le bombe. Una ha centrato proprio il più bello degli edifici elisabettiani di Ambledown, riducendolo in macerie. Un danno irreparabile. Anch’io spero nella vittoria, Clinton, ma vorrei tanto che quella dannata fabbrica non fosse mai stata costruita. È quella che attira gli aerei nemici.

L’incipit de “Il caso Burnaby”:

È un evento consueto nella medicina generale che un medico di famiglia si trasformi ben presto in un amico di famiglia. I Burnaby erano stati tra i miei primi pazienti, e una reciproca simpatia aveva fatto nascere ben presto tra di noi una relazione più intima. La loro era una famiglia gradevole, pervasa da una tranquilla socievolezza e da una mentalità aperta, molto accogliente. Era anche una famiglia interessante, perché la differenza d’età tra marito e moglie rendeva un tantino insolite le condizioni domestiche e sollecitava qualche riflessione. Ma c’erano anche altre faccende, alle quali farò riferimento tra breve.
Frank Burnaby era un uomo in qualche modo delicato, sulla cinquantina. Era un tipo tranquillo, piuttosto timido, gentile e fiducioso. Lavorava all’Archivio di Stato e aveva immagazzinato un mucchio di racconti folcloristici tratti dai documenti antichi su cui lavorava, alcuni dei quali si compiaceva di narrare in famiglia con l’immaginazione pittoresca e l’umorismo asciutto e pacato che rendevano così deliziose le sue storie. Non avevo mai conosciuto un uomo più interessante, e neppure uno che gradissi o rispettassi di più.

L.

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