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Numero d’annata della collana “Segretissimo” (Mondadori), all’epoca della conduzione di Stefano Magagnoli.

La scheda di Uruk:

1488. Agente speciale Ice (Special OPS, 2001) di David Alexander [febbraio 2004] Traduzione di Giuseppe Mainolfi e Alessandro Mallardo

La trama:

Si chiama Ice, ed è l’ultima risorsa quando il mondo è in pericolo. Con il suo commando di specialisti è in grado di penetrare in territorio nemico e di debellare i più feroci dittatori. L’America lo chiama solo quando bisogna fare l’impossibile. Come smantellare le armi micidiali di Saddam, o impedire che Kim Jong Il, il folle tiranno nordcoreano, invada la Corea del Sud, o annientare i golpisti che hanno rovesciato il presidente russo Grigorenko. Ma i nemici più pericolosi possono essere quelli interni. Quando un ex generale impazzito sabota il computer della difesa nucleare americana per scatenare una guerra atomica, solo Ice è in grado di fermarlo. Perché lui non fallisce mai. Ice è addestrato per vincere!

L’incipit del Prologo:

Baltico tedesco Settembre 1944
Fuoco e ghiaccio. Il fuoco sotto. Sbuffi neri di proiettili esplosi dalle batterie della contraerea nazista a difesa della cittadina di Peenemunde sulla costa del Baltico. Un tempo affollata mecca del turismo, dalle costruzioni bianche e dalle spiagge di sabbia, ora terreno di prova per le V2 con cui una Germania già disastrata sperava di vincere la guerra che oramai era destinata a perdere.
Il ghiaccio sopra. La pallida, fredda luce di un’alba grigio-ardesia, la pioggia gelida e battente che iniziava a scrosciare sulla fusoliera rivestita di acciaio del Flatbush Fannie mentre volava sul mare del Nord.
La formazione di B-17, le fortezze volanti, era decollata prima dell’alba dalla base del 303° Gruppo bombardieri a Molesworth, presso i dolci pascoli della campagna dello Yorkshire. Il 303° faceva parte dell’Aviazione, la Possente Ottava dell’esercito americano, e l’equipaggio dei bombardieri vestiva lo stemma dell’unità sulla manica delle giacche di volo: un otto con ala dorata su sfondo blu.
I cinquantaquattro bombardieri della formazione volavano in stratificazioni orizzontali e verticali a scatola. La stratificazione doveva proteggerli dai caccia tedeschi e garantire lo sgancio preciso del carico. Il ronzio combinato dei motori a pistone radiale Wright Cyclone suonava come una sveglia assordante sopra il nordest dell’Inghilterra, ma la gente del posto si era abituata a quel rumore dai tempi della lunga battaglia contro Hitler. Presto, quel tumulto fragoroso andava spegnendosi mentre la formazione sorvolava i bianchi promontori di calcare a Folkestone e iniziava ad attraversare la Manica.
L’obiettivo era un raid in pieno giorno su un bersaglio al limite estremo dell’autonomia dei B-17. Il bombardamento non concedeva nessun errore, e ognuno dei sette membri dell’equipaggio del Flatbush Fannie ne era consapevole. Gli inglesi bombardavano di notte, gli yankee di giorno.
Gli aerei virarono verso est nella luce incerta prima dell’alba e furono all’altezza del lancio sull’artiglieria nemica proprio mentre l’alba stava spuntando sopra le montagne di Harz nella Germania nordorientale. I radar tedeschi avevano intercettato il volo all’altezza di Rostock e la missione era incorsa in un muro della contraerea proprio mentre giungeva su Peenemunde. Malgrado questo, il nemico era stato colto alla sprovvista, e la contraerea era stata relativamente leggera. I bombardieri, passato il peggio, erano giunti sopra i loro obiettivi entro pochi minuti.
Le bombe da due tonnellate quasi non avevano ancora toccato terra quando le fortezze virarono per iniziare il tratto di ritorno del loro volo. Questa volta il tiro da terra si fece più fitto mentre sorvolavano la schiera delle Harz. Ora stavano volando anche dritte nel fronte di una tempesta. Pioggia gelida e grandine iniziarono a battere sugli aerei dall’alto mentre gli spari mortali dei cannoni da ventotto millimetri esplodevano tutt’intorno.

L.

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