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Grazie alle prolifiche bancarelle di questa Estate 2017 ho trovato questo splendido titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Alberto Tedeschi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1097. Il clan dei siciliani [SERIE NERA] (Le clan des siciliens, 1967) di Auguste Le Breton [8 febbraio 1970] Traduzione di Gianni Rizzoni
* da questo romanzo, il film Il clan dei siciliani (Le clan des Siciliens, 1969) di Henri Verneuil, con Jean Gabin, Alain Delon e Lino Ventura
Inoltre contiene il racconto:
La dama in azzurro [Lang & Lovell 1] (The Blue Lady, da “EQMM“, ottobre 1969) di Robert Edward Eckels

La trama:

Ecco il romanzo dal quale la Twentieth Century Fox ha tratto il «film dell’anno» con Jean Gabin, Alain Delon, Irina Demick, Lino Ventura e Amedeo Nazzari. In appendice, la «breve guida del gergo della mala» aggiornata e ampliata.
Roger Sartet, il durista di Brigata anti-gang, riesce a fare la bella al cellulare che lo sta riportando a casanza dopo un colloquio col giudice istruttore. Una evasione coi fiocchi, la sua. Ma come è possibile che un assassino come lui riesca a mettere le ali pochi giorni prima del processo? Chi è che ha avuto il fegato di dare una mano al pericolo pubblico numero uno, all’uomo più odiato da tutta la pula francese? È una straordinaria ghenga a conduzione familiare, il Clan dei Siciliani. E mica per poco: per un malloppo che tocca la vetta di 120 milioni. Né più né meno. E adesso che è fuori e liscio, il Sartet deve trovare il modo di rifarsi il grano, e in fretta, se vuol salvare la pelle da tutta la massa di infami e pianola che la pula e i grossi caïd dei Ministeri gli hanno scatenato alle costole. E lui lo trova, il colpo da fare. Un colpo così grosso che anche i boss della Mafia USA stentano a crederci. Tutto fila liscio per il nostro, troppo liscio. Ma Sartet deve stare attento alle pupe: con l’onore del Clan dei Siciliani non si scherza!

L’incipit:

Parlottii e bisbiglii da chiesa. Sulle panche addossate ai muri grigio-sporco del largo corridoio dove ogni porta aveva la sua brava targhetta col blasone del giudice istruttore, una decina di persone in attesa di essere chiamate al confessionale. Dalla scala sbucò Roger Sartet, detto Mouche, celebre durista e astutaturi di pulé, inquadrato da due onorate guardie della Repubblica. Era ammanettato. I tredici mesi di buia non l’avevano mica cambiato poi tanto. Un po’ di trippa in più, questo sì. Colpa della casanza: aria chiusa e poca ginnastica… Il soprannome di tarchiato gli andava quindi più che mai a pennello. Un ghigno sfottente era stampato sulle labbra che la prolungata vacanza aveva fatto diventare più rosse sul pallore della faccia; in fondo alle pupille falsamente indifferenti stagnava la inquieta vigilanza dell’animale preso in trappola.
— Per di qua — ordinò la prima guardia, un pule grande e grosso, dai capelli rossicci, tirando la furcela d’acciaio.
Informazione inutile, Mouche sapeva a memoria la strada. Quante volte l’avevano prelevato dalla Santé per gli interrogatori del giudice istruttore, del suo pittore? Decine e decine… Si sedette sulla panca, di fronte all’ufficio del giudice Martin, subito imitato dall’angelo custode. L’altro cherubino andò ad attaccare bottone a un collega che teneva le grinfie su un grigio tipo canaglia d’alto bordo. Mouche fece per assestarsi il nodo del capezzo, ma la furcela non lo seguì nel movimento. Protestò, ma tranquillamente, quasi sottovoce:
— Potreste almeno togliermi la briglia! Non vi salto mica addosso.

L.

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