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Trovato su bancarella questa chicca da collezione: quando anche la “serissima” Feltrinelli partecipava al mondo dei gialli-neri da edicola con la collana quindicinale “Feltrinelli K” diretta da Leo Rossi.

Da questo romanzo il film Il tempo si è fermato (The Big Clock, 1948) di John Farrow, con Ray Milland, Maureen O’Sullivan e Charles Laughton.

Nonché il remake Senza via di scampo (No Way Out, 1987) di Roger Donaldson, con Kevin Costner, Gene Hackman e Sean Young.

Per un approfondimento sull’argomento, rimando al blog CineCivetta.

La scheda di Uruk:

3 (Anno 2). L’enorme ingranaggio (The Big Clock, o No Way Out, 1946) di Kenneth Fearing [3 febbraio 1967] Traduzione di Francesco Greenburger

La trama:

Mettiamo il caso: 1) vi fate una scappatella in compagnia della amichetta del vostro “boss” (naturalmente senza che lui lo sappia), poi la riportate a casa e 2) dopo un po’ vedete il vostro “boss” che scende dalla sua auto ed entra nella casa della ragazza; il giorno dopo 3) leggete sul giornale che la ragazza è stata trovata morta ammazzata. La notizia naturalmente vi sconvolge, ma vi sconvolge ancora di più il fatto che appena entrate in ufficio il “boss” vi chiama e 4) vi dà l’incarico di ricercare ad ogni costo l’unico testimone che lo ha visto entrare in quella casa la sera prima: avrete per questa ricerca a disposizione tutti i mezzi e tutte le risorse della ditta, e una sola condizione: trovare vivo, e subito, quest’uomo. Cioè: voi — gatto e topo in un giuoco mortale. Cosa fareste? Mettetevi nei panni di George Stroud: è una partita difficile…

L’incipit:

Conobbi Pauline Delos a uno di quei gran party che Earl Janoth dava di solito ogni paio di mesi ai suoi redattori, agli amici personali, ai pezzi grossi della sua cerchia e, anche, a nullità pubbliche, tutti in caotica rotazione. Li dava a casa sua, dalle parti della 60a Est. Quella sera, benché non la si potesse chiamare una festa pubblica, nel giro di qualche paio d’ore andarono e vennero molto più d’un centinaio di persone.
Ero con Georgette, e appena arrivati fummo avvicinati da Edward Orlin, di Futureways, e da altri dello stesso giro, a giudicare dalle facce. Conoscevo Pauline Delos soltanto di nome. Se era difficile che qualcuno della Janoth Enterprises non avesse sentito parlare a sazietà di lei, in realtà erano pochi quelli che erano riusciti a vederla di persona, e ancora più pochi quelli che l’avevano vista in occasioni in cui anche Janoth era presente. Alta, platinata: una stupenda creatura. Per l’occhio, era l’innocenza in persona; per l’istinto, sesso puro; per la ragione, la dannazione garantita.
“Janoth ti stava cercando poco fa,” mi disse Orlin. “Voleva presentarti a non so chi.”
“Sono stato trattenuto. Anzi in verità, sono appena reduce da una lunga conversazione, venti minuti quasi, con McKinley.”
Pauline Delos mostrò un certo interesse. “Con chi ha detto che è stato?” chiese.
“William McKinley: il nostro ex presidente e amministratore delegato.”
“Capito,” fece lei e sorrise — un accenno di sorriso. “Dev’essere stata una bella lagna.”
Un tale, in cui mi parve di riconoscere Emory Mafferson, un piccoletto bruno che bazzicava i piani inferiori, anche lui della redazione di Future ways, credo, intervenne:
“C’è un tipo con una faccia di bronzo come quella di McKinley nell’ufficio revisioni. Se è a quello che alludi, altro che lagna.”
“No. Sono stato trattenuto, e nel senso letterale della parola, dal nostro McKinley. Al bar del Silver Lining.”
“È vero,” disse Georgette. “C’ero anch’io.” “Sì, e non è stata una lagna. Anzi, al contrario. A quanto pare se la cava abbastanza bene. ” Presi al volo un altro Manhattan da un vassoio che mi passava accanto. “Naturalmente, non ha un lavoro fisso; ma si dà da fare. Fa di tutto e ha le mani in pasta dappertutto.”
“Non mi sembra un’amicizia da trascurare,” osservò la Delos.
E così via di questo passo e su questo tono — e per un bel po’. Il resto del pomeriggio, fino agli inizi della sera, corse via come al solito, tra quella gente e in quella comoda e bella casa, circondati da palazzi grandi e piccoli di potenti maggiori o minori di Earl Janoth. Vecchi discorsi con facce nuove.
Ma non conobbi solo Pauline Delos, quella sera. Sempre con Georgette al fianco, attaccammo discorso con la nipote del proprietario d’una catena di negozi — naturalmente, la ragazza era destinata a ereditare un bel po’ di soldi, ma non doveva bastarle evidentemente, perché portava scritto in faccia il desiderio di conquista di altri cespiti vitali. Ancora, chiacchierammo con un titano nel mondo del calcolo: aveva fuso tutta una serie di macchine calcolatrici in un’unica supercalcolatrice che era la più grande del mondo, ovviamente, e in grado di risolvere equazioni mai prima concepite e incomprensibili al suo stesso inventore. “Ma allora, con un aggeggio del genere lei diventerà più grande di Einstein,” osservai.
Mi guardò imbarazzato, e io mi ricordai che ero ubriaco.

L.

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