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Numero d’annata della collana “Segretissimo” (Mondadori), all’epoca della conduzione di Laura Grimaldi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

288. OS 117: Baccano a Lugano [OSS117 97] (Pruneaux à Lugano, 1967) di Josette Bruce [5 giugno 1969] Traduzione di Bruno Just Lazzari
Inoltre contiene il racconto: L’eroe di Praga, di Leda Pasini

La trama:

Si chiama Gooseneck ed è un agente CIA, ma è anche uno che evidentemente sa troppo. Ecco perché gli arrivano cinque pallottole nel ventre. A Lugano, all’albergo Calipso. Non sarà a ogni modo l’unico a morire in modo violento vicino al lago, nella pacifica repubblica elvetica. Smith ha una sola carta in mano per risolvere il caso: la carta si chiama OS 117, colonnello Hubert Bonisseur de la Bath, che arriva sul posto e ha subito una fortuna: la sua stanza comunica con quella di una bella ragazza, Maria, una giornalista italiana che ha visto il volto di chi ha ucciso Gooseneck. Una Josette Bruce in forma accompagna un Hubert aggressivo e cauto, riflessivo e pronto al colpo di testa, in un susseguirsi di morti e di suicidi, di rapimenti e di ore di amore che si bruciano svelte.

L’incipit:

David B. Gooseneck posò lentamente la cornetta del telefono, storcendo la bocca in uno strano sor risetto.
Ora era sicuro di non essersi sbagliato. Eppure avrebbe giurato che il suo interlocutore lo avrebbe mandato a quel paese e avrebbe riagganciato dopo le prime parole. Invece, non era accaduto niente di tutto questo. Lo aveva ascoltato fino in fondo, senza interromperlo. Il nome che aveva pronunciato non aveva strappato al suo interlocutore la minima esclamazione, ma Gooseneck non si era aspettato nemmeno che questi si dimostrasse sorpreso. Il suo silenzio era stato quanto mai eloquente. Lo stupore doveva avergli impedito di parlare, di protestare, di indignarsi. Quel nome aveva fatto l’effetto di una bomba. Gooseneck ne era sicurissimo. Tanto più che la persona all’altro capo del filo aveva accettato di incontrarsi con lui quella sera stessa, senza domandare alcuna spiegazione.
L’incontro doveva avvenire nella camera d’albergo di Gooseneck. Era il posto più adatto per chiacchierare tranquillamente.
David B. Gooseneck diede un’occhiata alle lancette dell’orologio, vide che erano passate da poco le nove di sera, accese macchinalmente una sigaretta e uscì sul balcone della sua camera la cui portafinestra era rimasta spalancata.
Il sole era scomparso da un pezzo dietro il monte San Salvatore. La corona luminosa dei lampioni brillava intorno alla rada di Lugano che rifletteva il formicolio multicolore delle migliaia di luci sparse sulle alture della città. Uno spettacolo fiabesco che i turisti, ancora numerosi in quella fine stagione, non si stancavano mai di ammirare.
A David B. Gooseneck, quella città svizzera piaceva molto. Un posto ideale per riposare e dimenticare nello stesso tempo pensieri e preoccupazioni. Questa, almeno, era l’impressione che aveva avuta all’arrivo, quando aveva scoperto lo scenario placido e accogliente dell’ho- tel Calipso, distante due minuti dal lago, nel quartiere Paradiso.
Fino al giorno in cui, per il più strano dei casi, aveva incontrato per strada una persona la cui faccia e la sagoma lo avevano profondamente turbato. Dopo quell’incontro, Gooseneck non aveva smesso un i- stante di scervellarsi, frugando nei profondi meandri della memoria per cercar di ricordare dove e in quali circostanze aveva visto quella faccia, quella sagoma.
Se n’era ricordato improvvisamente, a metà della notte, e aveva creduto per un attimo di sognare, ma dato che non poteva mettere in dubbio ciò che aveva visto con i suoi occhi – non era uno di quelli che credono ai fantasmi – aveva tratto dalla sua scoperta le logiche conclusioni.

L.

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