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Prima di darlo via, schedo questo numero de “Il Giallo Mondadori” dell’epoca della conduzione di Oreste del Buono.
L’illustrazione di copertina è come sempre firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1772. Morte ad Harvard [Kate Fansler 6] (Death in a Tenured Position, 1981) di Amanda Cross [16 gennaio 1983] Traduzione di Monica Mazzanti
Inoltre contiene il racconto:
La gallina dalle uova d’oro (The Golden Goose, da “EQMM“, 15 luglio 1982) di Jack Ritchie

La trama:

A Harvard viene annunciato che arriverà a insegnare una donna, e una donna chiacchierata e chiacchierabile: Janet Mandelbaum, divorziata, molto sola, coltissima, ma complicata. Il rettore Hopkins aveva appena annunciato all’assemblea della facoltà di ritenere che il problema della donna avesse ormai raggiunto il culmine e di giudicare assolutamente non necessario assumerla, quando apprende che l’arrivo della Mandelbaum non è contrastabile perché dovuto alla volontà di un donatore e a un considerevole lascito. Grosse difficoltà per tutti, la Mandelbaum è un problema. Lo sa benissimo Kate Fansler, professoressa di New York, moglie di un consulente della polizia, e un poco detective a sua volta. Lo sa benissimo non per particolare acume, ma per esperienza: infatti, per un breve periodo, è stata l’amante di Moon Mandelbaum, l’ex marito di Janet. Al particolare acume, tuttavia, Kate dovrà ricorrere, quando la Mandelbaum morirà malamente. Con questo romanzo Amanda Cross lancia una sfida, sul suo stesso terreno universitario, a una celebre giallista del passato Dorothy Sayers.

L’incipit:

Da Andrew Sladovski, assistente di lettere alla Harvard University a Peter Sarkins, assistente di lettere alla Washington University di St. Louis.
Caro Peter,
avrai cercato di indovinare, prima ancora di aprire la busta, che cosa può aver spinto il vecchio Andy a scriverti. Smetti di sforzarti, non indovinerai mai. Ad Harvard sta per arrivare alla facoltà di lettere una docente donna! Stiamo tutti ronzando come le innumerevoli api di Tennyson, o era Poe? Inutile dirti, Hopkins, che il nostro adorabile rettore ha le mani legate. Aveva appena annunciato all’assemblea della facoltà che riteneva che il problema della donna avesse raggiunto il suo culmine e che non dovevamo preoccuparci di doverne assumere, quando gli è capitata questa storia tra capo e collo. Se lui non fosse così stronzo, potrei trovare in me un po’ di compassione. Naturalmente, sono tutti preoccupati della menopausa (è tutto quello a cui riescono a pensare quando una donna minaccia di penetrare i loro territori maschili); quante cose rivela il linguaggio. Nessuno sa chi sarà, ma spero che sia un tipo femminista che dia loro ciò che si meritano. Maledettamente improbabile, Lizzy dice che riusciranno a trovare una famosa studiosa che crede che ogni donna può farcela, dal momento che lei ce l’ha fatta. A proposito, vuole aggiungere una nota maliziosa a questa lettera…

L’autrice:

Amanda Cross è lo pseudonimo di Carolyn (G(old) Heilbrun.
Americana, è nata ad East Orange, nel New Jersey il 13 gennaio 1926. Ha studiato all’Wallesley College, nel Massachusetts, e poi alla Columbia Università dove si è laureata in Belle Arti nel 1951 e in Filosofia nel 1959. È sposata con James Heilbrun e ha due figlie e un figlio. Vincitrice di numerose borse di studio, ha sempre seguito la carriera universitaria.
Ha pubblicato il primo romanzo nel 1964: In the Last Analysis, primo anche della serie del personaggio di Kate Fensler. Col nome di Heilbrun ha pubblicato due saggi: Toward a recognition of Androgyny e Reinventing Womanhood.
Così la scrittrice parla di se stessa: «Ho cominciato a scrivere i romanzi di Amanda Cross nel 1963 perché non riuscivo a leggere un poliziesco che mi facesse divertire. Ahimè, da allora la situazione è rimasta praticamente immutata (eccezion fatta per P.D. James). Io credo di rappresentare il vecchio stile della detective-story. A volte penso persino di essere anacronistica. Dai dati di vendita, dalle lettere che ricevo, dal numero delle ristampe in paperbacks, però, ho tratto la conclusione di aver avuto qualche seguito. Nello stesso tempo sono sempre stata ignorata da coloro che dominano il campo della narrativa gialla. Per questo mi sembra di non avere diritto di appartenervi.
«Ma cosa volevo nella narrativa gialla che non riuscivo a trovare? Prima di tutto il dialogo e poi un ambiente, o una atmosfera dove la violenza deve arrivare inaspettata. Esattamene il contrario, cioè, di quello che voleva Chandler, o che diceva di volere, in “La semplice arte del delitto”. Inoltre a me piacciono i misteri letterari, non proprio con una citazione all’inizio di ogni capitolo, anche se non mi darebbe fastidio ma con un cast di personaggi che includono anche coloro che possono non conoscere la letteratura.
«Mi piace soprattutto la figura femminile, ma non come fatto decorativo, come arredo domestico o oggetto sessuale. In breve, mi piace che le donne dei miei romanzi siano gente reale, così come lo erano nella prima opera di Nicholas Blake… So che posso venir tacciata di snobismo. È inevitabile. Io stessa sono in qualche modo anomala perché amo la cortesia e l’intelligenza. Odio la violenza e non considero il sesso uno sport che si può praticare davanti al pubblico. Adoro l’umorismo, temo la villania e la crudeltà del potere…»
Ecco ora alcuni commenti di critici su Amanda Cross in generale e sul romanzo «Morte ad Harvard» in particolare.
«I mystery di Amanda Cross sono scritti con gusto, intelligenza e divertono. Appartengono a quel genere di gialli che si possono raccomandare non solo agli appassionati del genere, ma a qualsiasi tipo di lettore.» (Publishers Weekly)
«Amanda Cross, come Dorothy Sa- yers, scrive con intelligenza, estro e grazia…» (Susan Isaac)
«Kate Fensler risolve un delitto che avrebbe potuto scuotere Harvard dalle fondamenta… Mai è stata una compahnia tanto gradevole.» (Dorothy Salisbury Davis)

L.

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