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Trovato su bancarella questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori” dalla copertina decisamente invitante: l’illustrazione è, come di consueto, del grande Carlo Jacono.

Non ho trovato alcuna traccia del romanzo originale: che sia un “italiano sotto copertura”?

La scheda di Uruk:

858. Rapido per l’inferno (Fare Prey, ?) di James Howard [11 luglio 1965] Traduzione di Bruno Just Lazzari
Inoltre contiene anche il racconto:
Un ricordo pericoloso (My Ladies’ Tears, da “EQMM”, febbraio 1965) di Christianna Brand

La trama:

Rinunciare a qualunque identità, rinunciare ad avere una casa, una famiglia, un lavoro. Trovare nell’assoluta anonimità, nell’esistenza del così detto barbone, una specie di Nirvana, sembra facile, ma non lo è poi tanto. Se ne rende conto Michael Gavin il giorno in cui, lacero e affamato, cede alla tentazione che il destino gli mette a portata di mano. Uno sconosciuto, evidentemente facoltoso, muore sotto i suoi occhi. Più per sfuggire alla guardina che lo aspetta per aver violato il divieto di rifugiarsi in una grande stazione, che non per avidità di soldi, Michael intasca il portafoglio del defunto, poi indossa il suo soprabito e, per così dire, la sua identità. Rieccolo con un nome e un cognome, intento a prendere il posto dell’altro in una lussuosa cabina di un treno che lo porta verso l’ignoto. Soltanto quando apre la valigia, che si è preso insieme col resto, si accorge di essere diventato un pericoloso personaggio, un killer di professione. E si rende conto che sarebbe il momento o mai più per fare macchina indietro. Ma oramai è troppo tardi. La morte bussa già alla sua porta.

L’incipit:

Un giorno o due, a volte tre, dicono. Quanto tempo ci vuole perché si allenti la morsa che attanaglia lo stomaco di uno che muore di fame? La durata normale, conta poco. Comunque sia, per Michael Gavin fu al termine del terzo giorno. I crampi alle interiora erano svaniti misteriosamente. E persino il dolore sordo in fondo all’occhio si era mutato, anch’esso, in una specie di torpore generale misto a indifferenza…
Era testardo come un mulo, Gavin! E fiero, per di più! Se non avesse avuto tanto amor proprio, avrebbe potuto andare benissimo a mangiare alla mensa popolare a pochi metri dalla piazza. Se non avesse avuto la testa dura, si sarebbe rimesso a lavorare. Ma quella di non lavorare era per lui una questione di principio. Era fermamente deciso a non versare neanche un cent a sua moglie, la quale, dopo averlo piantato, era riuscita a convincere il giudice che era stato il marito, viceversa, a piantare lei.
Per l’effetto che aveva fatto a Mike la decisione del giudice, il magistrato avrebbe potuto benissimo risparmiarsi il fiato. Dato che il sessanta per cento di quanto guadagnava doveva andare a Lois, Mike aveva deciso di versarle il sessanta per cento di un bel niente. Da cinque mesi, dal giorno cioè in cui era stata emessa la sentenza di divorzio, Mike Gavin non aveva lavorato neanche un’ora. Secondo il suo punto di vista, alquanto semplicista, se avesse lavorato si sarebbe reso complice di un errore giudiziario. L’avevano già spogliato della casa, della macchina e della sua attività, che altro volevano? La sentenza gli aveva lasciato soltanto il guardaroba e gli oggetti personali. Tutta roba che era finita dispersa, pezzo per pezzo, nei vari banchi di pegno di Los Angeles.
Guardò le luci che brillavano al di là della piazza e decise di avvicinarsi ad esse. Ci doveva essere acqua calda nei lavandini della stazione. In tutte le stazioni delle grandi città si è sicuri di trovarne e di potere cosi riscaldarsi un poco. Mike si avvolse nella giacca tutta sgualcita, maledicendo macchinalmente il freddo, il bottone che aveva perduto, e l’interminabile vastità della piazza. Il vestito, in sé, era di buona qualità, ma, dopo essere stato portato ininterrottamente per tre mesi e undici giorni, era tutto sformato e gli pendeva dalle spalle. Mike Gavin cacciò le mani gelate nelle tasche già piene da scoppiare e si avvicinò barcollando alle luci.
La brezza di febbraio era sferzante. Rabbrividì, pensando ai cappotti caldi di un tempo, ai caffè bollenti, ai grogs, alle uova al lardo, al rosseggiare del fuoco nel caminetto. Le immagini variavano continuamente, ma non per questo lo riconfortavano. Nello scendere dal marciapiede per attraversare la via Alameda, per poco non cadde. Fece tre o quattro passi precipitosi per cercare di riprendere l’equilibrio e riacchiappare la testa, stranamente leggera, che svolazzava precedendo le spalle di alcuni centimetri.

L.

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